Rete della conoscenza: la Gelmini è legge, ma può ancora essere fermataDopo l’approvazione del ddl e la firma di Napolitano, continua la battaglia contro la riforma universitaria. Ora tocca ai decreti del governo e agli statuti negli atenei

Fonte: Terra
di Lorenzo Zamponi (Rete della conoscenza)

ll parlamento ha approvato il ddl Gelmini, il presidente della Repubblica Napolitano l’ha firmato. La riforma dell’università varata dal governo il 28 ottobre 2009, dopo oltre un anno di battaglia, è legge. Alcune delle sue parti più devastanti, come ad esempio la messa a esaurimento del ruolo dei ricercatori a tempo indeterminato, sono già vigenti e operanti: niente più concorsi per quel ruolo, ma solo per posti a tempo determinato. Altri dei punti critici della riforma, invece, hanno bisogno di ulteriori passaggi per entrare in vigore: tutta la parte sul diritto allo studio, ad esempio, con il rischio di smantellamento del già carente sistema di borse di studio, mense e alloggi, è costruita in forma di delega al governo: l’esecutivo ha un anno di tempo per emanare i decreti legislativi che stabiliranno, tra le altre cose, i famosi Lep (livelli essenziale di prestazione), la soglia minima di servizi di diritto allo studio che le Regioni devono rispettare per quanto riguarda, si legge nel testo, «borse di studio, trasporti, assistenza sanitaria, ristorazione, accesso alla cultura, alloggi».

Il governo dovrà stabilire non solo i servizi, ma anche e soprattutto i «requisiti di merito ed economici» necessari ad accedervi. La riforma della governance, invece, passerà al livello locale: tutte le modifiche sancite dalla legge Gelmini, dall’aumento dei poteri del rettore all’ingresso di esterni nei consigli di amministrazione, dalla riduzione delle già limitate rappresentanze studentesche allo spacchettamento delle facoltà in dipartimenti autonomi, accorpabili e federabili anche con pezzi di altri atenei, dovranno infatti essere recepite negli statuti delle università. Un procedimento che normalmente comporterebbe anni, ma che invece non potrà durare più di 6 mesi (più altri 3 di eventuale proroga), durante i quali un apposito organo istituito dalla stessa legge Gelmini (15 componenti in tutto, cioè il rettore, 2 rappresentanti degli studenti, 6 delegati del senato accademico e 6 del consiglio di amministrazione) dovrà elaborare una proposta che sarà poi approvata da cda e senato.

Chi non sta nei tempi, secondo la legge, sarà commissariato. I campi di battaglia, quindi, per un movimento studentesco che ha già dimostrato di essere in grado di superare la fase delle canoniche mobilitazioni autunnali, costruendo cortei radicali e partecipati fino al 22 dicembre, si moltiplicheranno nei prossimi mesi: sia a livello locale, dentro e fuori gli organi collegiali, sia a livello nazionale, con un lavoro di monitoraggio e mobilitazione costante sui decreti legislativi e in particolare sulla riforma del diritto allo studio. Insomma: a prescindere dall’ipotesi di un eventuale referendum, stimolante ma non priva di difficoltà, c’è ancora la possibilità di bloccare la legge Gelmini in alcune delle sue parti più pericolose. Il prevedibile calo dell’attenzione mediatica non deve farci abbassare la guardia, la battaglia continua: il nostro futuro non è ancora scritto.