L'intervista. Storia di una trentenne: "Aspettando il lavoro vero"Incastrata nel concetto di “giovane” e con nessuna speranza, al momento, di avere una vita “da adulta”

Fonte: Corriere dell'Università e del Lavoro
di Anna Di Russo

In cattedra per insegnare o in laboratorio per fare ricerca. Questo in principio. Poi i numeri e le lettere, le lingue e la politica. Infine la filosofia. Se oggi si chiede a Veronica Bianchi (nome di fantasia) cosa avrebbe voluto fare da grande bisognerebbe starla ad ascoltare per ore. Di passioni ne ha sempre avute tante e quella per lo studio continua ancora oggi. A trent’anni però, dopo una laurea in Filosofia, un dottorato di ricerca, varie pubblicazioni e “lavoretti di qualsiasi tipo pur di tirar su qualche soldo”, l’unica cosa che tarda ad arrivare è un lavoro.

Dopo anni passati sui libri arriva il momento di concretizzare, di mettere a disposizione il proprio sapere ed invece…
Il lavoro non arriva ancora. Fino ad un anno fa, al termine del dottorato, soffrivo molto di questa situazione. E’ la sensazione di non essere riconosciuti, né per gli sforzi fatti né per il proprio lavoro. Oggi è per me diverso, anche se è cambiato poco dal punto di vista lavorativo (faccio un lavoro di ricerca, ma vengo pagata molto poco e senza contratto, perché posti non ce ne sono).

Il governatore Draghi ha parlato di una generazione di “scoraggiati”…
Non mi sento scoraggiata, ma ho capito che le modalità con cui si suggerisce di trovare lavoro non sono quelle reali con cui il lavoro si ottiene. Mandare CV, anche ragionati e con ottime lettere di presentazione, o iscriversi ai concorsi non dà frutti: non ho mai ricevuto risposta da estranei, se non per proposte che non definirei genuinamente lavorative.

E la modalità concorsi…
Sono arrivata al secondo posto dell’unico concorso che ho fatto all’Università e per laureati (un concorso per un posto solo, ovviamente), ma non ripongo speranze nell’ottenerlo. Era chiaramente un cosiddetto “concorso a finestra” e chi è arrivato dopo di me lavorava già nell’Università, quindi poteva sfruttare in qualche modo quell’idoneità.

Ti sei trovata a svolgere impieghi non in linea con la tua formazione?
Certamente, ho svolto impieghi lontani dalla mia formazione. Oggi c’è un numero maggiore di laureati, forse rispetto ai posti disponibili. Il punto è che io non ho studiato per trovare lavoro, ho studiato per passione e non me ne pento. Quindi sarei disposta anche a mansioni meno altolocate.

Ma bisogna pur guardare al mercato…
In Cina i ragazzi vengono indirizzati in base alle loro competenze. Solo in un paese antidemocratico, si può pensare di incanalare le persone in base alle necessità del paese. Ma questa è la morte delle passioni personali e dello sviluppo delle genialità. Non consiglierei mai ad un figlio di scegliere una strada o una facoltà perché gli darà lavoro o una certa posizione. Sarebbe comunque una consegna all’infelicità.

Ti senti influenzata dai giornali, dalle televisioni e dalle statistiche che non fanno altro che parlare di crisi?
Prima sì, ormai non più. La crisi la vivo sulla mia pelle e le persone che spesso ne discutono parlano spesso da posizioni privilegiate e ben stipendiate o, comunque, ne sanno ben poco; non sono mai in grado di rivelarmi qualcosa di importante per un cambiamento reale.

Tra le tue esperienze c’è stata anche quella in una grande università inglese. Perché sei ritornata in Italia?
Quelli che parlano dell’estero trascurano molte cose. Prima di tutto, ad avere successo all’estero sono le eccellenze (e bisogna lavorare moltissimo prima di arrivare ad un livello accettabile per loro: la concorrenza lì è mondiale, non locale). In secondo luogo, ci sono le barriere linguistiche e culturali, che però sono superabili. In terzo luogo, dipende sempre dalla tipologia di mansione: un ricercatore trova fatica anche all’estero se non si occupa di chimica farmaceutica, medicina, ingegneria, finanza, o qualsiasi altra materia economicamente rilevante. Nessuno investe su un ricercatore umanistico.

Per concludere, ti lasciamo un 1 minuto per dirci quello che vuoi.
Ho passato quelle che Roland Barthes vede, nel caso del sentimento amoroso, tutti gli stadi dell’attesa. Dalla speranza, alla frustrazione, all’arrabbiatura, allo scoraggiamento. Oggi sono guardinga. Lavoro per cercare di crearmi la mia occasione, se non riuscirò nel modo in cui ho provato, tenterò in un altro modo. Ho capito veramente cosa vuol dire “inventarsi” ed autoproporsi. Il mio futuro lo vedo così: inventerò il mio lavoro a seconda delle circostanze.