E in tre anni le borse di studio sono diminuite di oltre il 30%L'Associazione di dottorandi e dottori di ricerca: il taglio nella "manovra Gelmini" è pesantissimo. Finisce che dobbiamo pagare di tasca nostra quello che all'estero è incentivato come un lavoro". Presentati emendamenti, respinti dal ministro

Fonte: la Repubblica
di Manuel Massimo

I tagli all'università colpiscono anche i dottorandi e frequentare un dottorato di ricerca "con borsa" sta diventando, anno dopo anno, sempre più difficile: lo denuncia l'Adi (Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca Italiani) presentando in conferenza stampa al Senato i dati sul numero delle borse di dottorato erogate negli ultimi tre anni che registrano un taglio netto del 30,24%. E nel ddl Gelmini nemmeno la principale proposta di emendamento dell'Adi, quella sull'abolizione della figura del dottorando senza borsa, è riuscita a trovare spazio: anzi, il testo uscito dalla Commissione Cultura della Camera apre di fatto alla possibilità di istituire scuole di dottorato del tutto prive di borse di studio. Insomma: oltre al danno la beffa.

Meno borse per tutti. I dati, raccolti da un campione di 22 università statali italiane, indicano che nell'ultimo triennio i posti di dottorato banditi con borsa sono passati da 5.194 a 3.623, con una riduzione complessiva del 30,24%. Con grandi differenze tra un ateneo e l'altro: se alla Sapienza di Roma l'impatto dei tagli è stato minimo (da 585 a 554 borse, -5,30%), all'Università di Catania invece si è passati da 251 ad appena 64 borse (con una variazione percentuale negativa pari al 74,50%).

Atenei, bandi e città. Il campione scelto dall'Adi - fatto di atenei che bandiscono ogni anno almeno 100 borse di dottorato di ricerca, dunque statisticamente rilevante - è molto variegato ma contiene almeno due sottoinsiemi che presentano caratteristiche simili. Un  quartetto di atenei - la Politecnica delle Marche di Ancona, l'Aldo Moro di Bari, l'Università di Firenze e quella di Pisa - nel triennio considerato ha perso più del 50% del numero delle borse di dottorato. Un terzetto - composto da Tor Vergata di Roma, Università di Trento e ateneo di Padova - invece ha "tenuto botta" ed è riuscito a perdere meno del 10% delle borse da erogare ai dottorandi.

L'università dei tagli. Una situazione che Nevio Dubbini, responsabile politiche per il dottorato di ricerca Adi, fotografa e commenta così: "Le borse di dottorato hanno subito una diminuzione netta proprio in seguito ai tagli che stanno colpendo le università italiane. I dati presentati sono comprensivi degli sforzi che gli enti locali e i privati hanno fatto per contrastare la riduzione dei fondi (borse cofinanziate o interamente finanziate) e degli sforzi fatti da molti atenei nel creare scuole di dottorato che riunissero corsi di dottorato affini. Entrambi gli strumenti dovevano essere un modo per ampliare e migliorare la qualità dei dottorati, invece sono diventati un modo per salvare il salvabile".

Uno sguardo alla Svezia. Per dare una "svolta" al dottorato di ricerca in Italia bisognerebbe seguire l'esempio della Svezia, che nel campo è un vero e proprio faro a livello mondiale. Il confronto tra il dottorato italiano e quello svedese - elaborato dall'Ufficio Scientifico dell'Ambasciata d'Italia in Svezia in un recente report - evidenzia le molte pecche del nostro sistema e i tanti pregi del loro. In primis dal punto di vista economico: 2.500 euro di borsa contro appena 1.000; poi la retribuzione aggiuntiva per le attività del dipartimento (da noi considerate alla stregua di corvées a titolo gratuito). Per non parlare dell'internazionalizzazione, in Italia praticamente assente.

Un titolo da valorizzare. Ma è soprattutto la percezione sociale a essere diversa: in Svezia fare il dottorato è considerato un lavoro e i giovani dottorandi sono messi in condizione di avere una forte indipendenza grazie a un welfare che li aiuta. Esattamente l'opposto di quello che avviene in Italia, come sottolinea Francesco Vitucci, responsabile politiche per la valorizzazione del titolo e per il reclutamento Adi: "Il dottorato svedese offre migliori condizioni di lavoro e qualità della vita nel corso del suo svolgimento. In Italia si può arrivare alla tesi di dottorato senza alcuna pubblicazione e spesso non si può partecipare a conferenze e seminari per mancanza di fondi. Anche le prospettive di inserimento nel mondo del lavoro e di carriera non sono assolutamente comparabili".

Un'altra ricerca è possibile? La politica in questi anni non ha tenuto conto delle istanze provenienti dal mondo della ricerca, alle prese con un annoso problema di sottofinanziamento cronico. Il segretario nazionale dell'Adi Fernando D'Aniello chiede un cambio di rotta: "In questi giorni le proteste si sono moltiplicate, le università sono occupate: il Parlamento dovrebbe ascoltare realmente queste voci e dare un segnale di attenzione a coloro che ancora credono che sia possibile costruire nel nostro paese un sistema della ricerca pubblico, di qualità, trasparente, attento al merito e alla dignità di chi lavora".