Nobel a Vargas Llosa Da New York parla il vincitore: "Pensavo a uno scherzo, come accadde a Moravia"

Fonte: La Stampa
di Maurizio Molinari

Completo grigio, volto sorridente e niente in mano, Mario Vargas Llosa scende da un taxi giallo sulla 49ª Strada per entrare all’Istituto Cervantes, la culla della cultura ispanoamericana dove ha deciso di incontrare i media per commentare la notizia del Nobel della letteratura. Appare scosso dal trambusto di telecamere, riflettori e microfoni, a cui si aggiunge un collegamento in videoconferenza con la sede centrale del Cervantes a Madrid. «Sono qui, cosa volete sapere?», esordisce.

Come ha saputo di aver vinto il premio Nobel?
«Erano le 5,30 del mattino, stavo leggendo un libro per prepararmi alla lezione che devo tenere lunedì a Princeton. È arrivata mia moglie con il telefono in mano. Ho pensato a pessime notizie. Poi una voce mi ha detto: “Sono il segretario del Nobel, le abbiamo assegnato quello per la letteratura”».

E cosa ha provato?
«Ho pensato si trattasse di uno scherzo. Come avvenne ad Alberto Moravia. Alberto iniziò a festeggiare, chiamò tutti e poi arrivò la delusione. Tanto più che la telefonata dalla Svezia questa mattina all’alba si è interrotta. Ho davvero pensato a una beffa. Dopo tanti anni in cui ho aspettato il Nobel, non credevo che questa volta mi avrebbero preso in considerazione. Invece il segretario del Nobel ha richiamato e confermato tutto dicendomi che dopo 14 minuti avrebbero dato l’annuncio. Ho chiamato i miei figli per conferma, solo per essere sicuro».

Che significato ha questo Nobel?
«È un premio alla meravigliosa vocazione letteraria della lingua spagnola, uno degli idiomi più creativi della realtà contemporanea. Una lingua che è stata ed è vittima di censura e vettore del desiderio di libertà e democrazia dei popoli che la parlano. Ricordo ancora quando venne pubblicato il mio primo libro, nel 1959: si trattò di una raccolta di racconti e fu possibile solo perché un gruppo di dottori si mise assieme. Da allora la lingua spagnola ha fatto tanta strada».

Qual è il risultato più importante della letteratura ispanica?
«Mi ricordo che quando da giovane andavo in Europa o venivo qui negli Stati Uniti lo spagnolo era considerato la lingua dei dittatori, dei rivoluzionari e delle grandi tragedie. Da allora molto è cambiato. Io sono solo uno degli scrittori che hanno contribuito a una trasformazione che fa oggi dello spagnolo, tanto quello castigliano quanto gli altri parlati in America Latina, l’idioma di un mondo popolato da artisti, musicisti e anche, perché no, romanzieri».

Nella motivazione del Comitato del Nobel si fa riferimento al suo impegno civile contro gli eccessi del potere. Quanto conta la denuncia della dittatura nella sua opera?
«Ogni scrittore è protagonista anche di un impegno civile e io ho sempre denunciato ogni dittatura, di destra come di sinistra, guardando con speranza a libertà e democrazia. Non solamente nel mio Perù, dove Fujimori non mi amava. Se sono ottimista sul futuro dell’America Latina è perché le dittature sono in ritirata. Oggi abbiamo delle democrazie di destra, come in Cile e in Colombia, mentre i dispotismi rimasti sono molto pochi».

A chi si riferisce?
«I casi di Fidel Castro a Cuba e di Hugo Chávez in Venezuela sono isolati. Il dispotismo è un fenomeno marginale, direi in uscita dall’America Latina. Ciò non toglie che continuo e continuerò a criticarlo, per amore della libertà».

Spesso le sue posizioni sul Medio Oriente sono state oggetto di polemiche. Come vede l’attuale tentativo negoziale?
«Sono stato uno strenuo difensore di Israele in un periodo nel quale aveva assai pochi amici nello spettro politico, ma credo anche nella necessità di garantire uno Stato indipendente ai palestinesi. Riguardo al negoziato di pace, le mie critiche vanno ai coloni degli insediamenti, sono il maggiore ostacolo».

Cosa farà adesso?
«Continuerò a scrivere, fino all’ultimo dei miei giorni. La letteratura è vocazione e disciplina. Scrivere è ciò che dà ordine alla mia vita. E questo è tanto più vero oggi che mi trovo catapultato nel caos di una giornata inattesa, mentre pensavo che avrei avuto un mese di tranquillità a Princeton».

Quale impatto avranno i libri digitali?
«Sono inevitabili anche se resto un sostenitore di quelli in carta. Mi auguro solo che gli e-book non portino a banalità».