Rinnovamento del sistema universitario. L'etica, i concorsi e i baroniLa riforma dell’università di cui si sta discutendo in questi giorni produrrà, se realizzata, un sostanziale cambiamento in positivo nelle università italiane?

Fonte: Corriere della Sera
di Giovanni Marchesini

Si tratta di un argomento interessante, ma stimola anche un’altra domanda: è ipotizzabile la definizione di un insieme di norme, una riforma appunto, capace di incidere in modo sostanziale sulle fondamenta del sistema della formazione e della ricerca nel nostro Paese? Presentare una riforma che porti il proprio nome costituisce un’«attrazione fatale» alla quale raramente sono riusciti a sottrarsi i Ministri della Ricerca e dell’Università negli ultimi decenni, ciascuno sicuro di aver individuato l’assetto migliore per l’università italiana. E tuttavia siamo ancora in attesa di un sistema universitario veramente rinnovato che metta in grado i nostri ricercatori di operare in condizioni simili a quelle dei Paesi avanzati, ed è quindi comprensibile la pulsione che induce ogni Ministro ad intervenire. Ma proviamo a chiederci se esista un insieme di norme che risolvano questo problema e cominciamo dall’essenza della vita universitaria: come si diventa ricercatore, chi sono i ricercatori e i professori e a quali fattori è legata la loro carriera?

Lo strumento che governa questi passaggi è un concorso universitario attraverso il quale una commissione esprime una valutazione comparativa dei candidati. Le normative adottate dai governi passati hanno alternativamente introdotto valutazioni espresse da commissioni su base locale, su base nazionale e su procedure miste con uno o più passi; responsabilizzando le singole università o accentrando le valutazioni a livello nazionale. La questione non è tanto però la struttura delle commissioni giudicatrici, ma la «struttura» dei commissari. Le valutazioni, e quindi gli esiti finali dei concorsi, sono oggi, come ieri, basate formalmente sull’esame dell’attività scientifica e didattica dei candidati, ma risentono in modo decisivo della potenza accademica dei commissari e degli accordi intercorsi tra loro e con influenti membri esterni alla commissione; influenti sull’elezione dei membri delle commissioni, sulle valutazioni da loro espresse, e sulle scelte degli organi, centrali e regionali, preposti all’attribuzione di risorse. Non è escluso che tra i vincitori dei concorsi compaiano anche persone di valore, e ciò avviene, ma in generale i personaggi influenti, che decidono chi può partecipare ai concorsi, non «proteggono» necessariamente gli allievi scientificamente migliori, ma quelli che garantiscano loro migliori servigi e sicura ubbidienza o che siano utili al perpetuarsi di questo perverso scambio di favori.

Nessun barone vero, inoltre, si sottrae all’obbligo morale di ordire complesse trame per privilegiare le carriere della propria moglie o amica, di familiari o annessi. Che in certe situazioni sono numerosi e raramente di valore. I promossi perpetueranno, a loro volta, gli stili di vita dei maestri. Talvolta emerge e vince un candidato valido, ma ciò avviene troppo raramente perché questi «sbagli» possano essere incisivi. Siamo così tentati di essere dubbiosi sull’esistenza di una riforma in grado di cambiare la vita universitaria. C’é alla base una questione di etica e su questa non esiste riforma che possa incidere. Bisognerebbe riformare il nostro Dna, senza adattamenti federalisti.