Andrea Lenzi, presidente del Consiglio Universitario Nazionale: “Tutti sparano sull’università italiana, ma di fronte alla scarsità di risorse, il fatto che due atenei si siano piazzati tra i primi 200 del mondo è quasi un miracolo”

Fonte: Panorama
di Claudia Daconto

Andrea Lenzi, 57 anni, presidente del Consiglio Universitario Nazionale, nonché direttore del Dipartimento di Fisiopatologia medica dell’Università La Sapienza di Roma, non se lo vuole nemmeno sentir dire che due atenei su duecento è meglio di uno solo ma è sempre meno di quanto ci si aspetti da uno dei sette paesi più avanzati del mondo.

A stilare la classifica il Qs World University Rankings, uno dei più autorevoli sistemi di valutazione della qualità delle università mondiali, che vede due università italiane, La Sapienza di Roma e l’ateneo di Bologna tra le duecento migliori, una in più rispetto allo scorso anno, e altre 15 tra le top cinquecento, di cui dieci hanno migliorato la propria posizione rispetto all’anno precedente.

Come a dire: per l’istruzione si spende ancora poco – tra i paesi europei, secondo l’Ocse, l’Italia è seconda solo alla Slovaccia - ma la nostra reputazione migliora.

Prof. Lenzi, quali sono i criteri con cui è stata stilata questa classifica?
A differenza delle altre basate esclusivamente sugli indicatori statistici della ricerca universitaria, in questo caso vengono presi in esame altri parametri quali, ad esempio, la qualità didattica, si interpellano gli studenti e, soprattutto, si chiede il parere a circa 1500 tra rettori, docenti ed esperti del settore di tutto il mondo che valutano qual è la capacità, da parte delle varie università, di produrre cervelli interessanti. Insomma questo sistema di valutazione guarda alla qualità percepita e tutto sommato il livello di quella espressa dalle nostre università sta migliorando.

Non quanto Cambridge ed Harvard. Cosa manca ai nostri atenei per competere con quelli inglesi e americani?
Voler mettere a confronto Cambridge e La Sapienza è un po’ come chiedere a una utilitaria, magari un’ottima utilitaria, di gareggiare con una Ferrari. Le università anglosassoni sono nate con una vocazione imprenditoriale oltre che culturale. Non sono solo università, sono enti competitivi che producono alta formazione spendibile, in un certo senso, sul mercato.

Sta dicendo che per rendersi competitive le università italiane dovrebbero trasformarsi in imprese?
Dunque, va detto che le nostre università hanno in media 1000 anni. Questo da una parte comporta grandi vantaggi per esempio il riconoscimento di un primato nell’area umanistica. D’altra però hanno il limite di produrre poca scienza trasferibile.

A cosa dobbiamo puntare?
Premettendo che già si sono fatti grossi passi in avanti, e lo dimostra il fatto che in un’area scientifica come quella biomedica La Sapienza sia passata dalla posizione 229 alla 154, è necessario puntare ancora di più sull’alta formazione e sul trasferimento tecnologico.

Ossia?
Ossia la capacità di fare ricerca applicabile e quindi esportabile.

Un bell’investimento economico. I fondi per l’università sono stati ulteriormente ridotti. Dovremmo privatizzare tutto e permettere di studiare solo ai ricchi?
Sì e no. Sì nel senso che quantomeno bisognerebbe alzare di molto le rette, dall’altra però lo Stato dovrebbe garantire il diritto allo studio ai più meritevoli attraverso le borse di studio. Sarebbe poi utile togliere valore legale al titolo e conferirlo all’istituto. Come a dire: una laurea presa presso una determinata università non vale quanto quella presa da un’altra parte. Ma per favore: non sparate sui nostri atenei. Sono molto meglio di quanto si pensi.

Andrebbe già meglio se i docenti fossero intanto un po’ più “giovani” come lei…
Giovane a 57 anni? Mi prende in giro?

Se lei considera che nell’arco di 10 anni il 50% dei docenti universitari andrà in pensione, capisce bene che la metà di chi insegna oggi nelle nostre università ha tra i 65 e i 70 anni…
Ha ragione: un po’ di rivoluzione copernicana va fatta!