Roma, alla Sapienza per la lotteria del test di ammissione: poche speranze, ma non ci si può arrendere: "Per me è il secondo e ultimo tentativo dopo la delusione dell'anno scorso a Bologna"

Fonte: la Repubblica
di Francesco De Donato (studente; ieri ha sostenuto il test di ammissione a Medicina. Testo raccolto da Laura Mari)

Una penna nera in mano, cellulare rigorosamente spento e silenzio. Poi l'attesa di un'ora e mezza prima dell'apertura delle buste. Il resto è stata tutta una questione di crocette. "Non posso arrendermi, devo riprovarci". È questo che ho pensato quando due giorni fa ho preso il treno da Polignano a Mare, in provincia di Bari, per venire a Roma a sostenere il test di accesso alla facoltà di Medicina dell'università La Sapienza e ora, a poche ore dalla fine del quiz, mi rendo conto che era giusto riprovarci. Il secondo e ultimo tentativo dopo la delusione dello scorso anno, quando all'università di Bologna ho sostenuto il test di Medicina e non l'ho superato per aver sbagliato le domande di cultura generale. E così, a distanza di un anno passato tra i banchi della facoltà di Farmacia di Parma (dove mi sono iscritto per rabbia, più che per convinzione) ho deciso di ritentare nella Capitale. Prima all'università privata Cattolica, dove ho fatto il test di Medicina martedì, poi ieri alla Sapienza e oggi a Odontoiatria, sempre nel primo ateneo capitolino.

E quello che mi ha stupito della prova di ieri alla Sapienza, forse anche rispetto al quiz della Cattolica, sono stati i controlli. Serissimi e accurati. I candidati venivano fatti entrare nell'aula uno per uno, solo dopo aver mostrato documento, cedolino di iscrizione, aver firmato il foglio della presenza e lasciato zaino e borse in un angolo dell'aula, lontano dai banchi. Insomma, ho avuto la speranza che forse, nonostante quello che si dice, una possibilità di accesso ad una facoltà tanto elitaria quanto ambita forse c'è anche per chi non ha cognomi altisonanti né conoscenze importanti. Siamo stati divisi in base alla data di nascita.

Non più di un centinaio di candidati distribuiti in uno stanzone che poteva contenerne almeno il doppio. Tra ognuno di noi c'erano almeno tre posti di distanza, rendendo impossibile qualsiasi scambio di risposte. Eravamo controllati a vista da almeno cinque persone che per i 120 minuti del test hanno sorvegliato con attenzione ogni nostro movimento. Vietato girarsi o alzare lo sguardo, persino andare in bagno non era consentito. Insomma, sull'apparato organizzativo e di vigilanza non ho niente da eccepire. A dimostrazione che, se si vuole, anche in Italia siamo in grado di garantire la correttezza dei test pubblici.

Quello che continua a lasciarmi perplesso, invece, è proprio il sistema dei quiz. Ottanta domande su biologia, chimica e matematica, certo, ma anche su sinonimi e contrari, storia, arte e letteratura a cui rispondere in un minuto e mezzo. È così che si vogliono continuare a scegliere i futuri medici di questo Paese? Mi chiedo invece, se non sarebbe meglio garantire a tutti, senza alcuna prova, l'accesso al primo anno della facoltà di Medicina. Al secondo, invece, si potrebbe fare una scrematura, una sorta di "selezione naturale", controllando chi ha sostenuto gli esami, con che voti e facendo solo a quel punto un test. Forse così si eviterebbero ricorsi, brogli e, soprattutto, la delusione degli esclusi. E di chi, magari, come me sogna da sempre di fare il medico, in particolare l'oncologo pediatrico. Ma se anche questa volta non avrò passato il test, sceglierò un'altra strada: fisica. Ma so che potrei essere un ottimo medico.