Vero o Falso? Ecco il test per la riforma dell'università italianaLa riforma Gelmini dell'università, approvata in commissione in Senato e attualmente discussa in aula, è andata e va suscitando - com'è giusto - un largo dibattito anche al di fuori dei sancta sanctorum del potere politico

Fonte: Il Sole 24 Ore
di Sergio Luzzatto

Tuttavia, parecchi contributi al dibattito stesso hanno rischiato di confondere le idee più di quanto non le abbiano chiarite. Può dunque valere la pena di cimentarsi in un inventario delle questioni aperte, fondato sul criterio classico (e, per forza di cosa, semplificatorio) della risposta vero/falso.

1 È vero o falso che la riforma Gelmini rappresenta il primo tentativo, da tempo quasi immemorabile, di ridisegnare da cima a fondo il sistema dei nostri studi universitari?
Vero. In realtà, in un passato più o meno recente si sono prese decisioni, per esempio quelle riguardanti l'autonomia finanziaria degli atenei, più epocali ancora di quelle previste dal ministro Gelmini. Ma nessun intervento legislativo degli ultimi decenni ha avuto, come quello attuale, l'ambizione di toccare tutti i punti "sensibili" dell'università italiana, in uno sforzo di riforma complessiva del sistema.

2 È vero o falso che la riforma Gelmini riorganizza l'intera "governance" degli atenei?
Vero. In ogni università, i poteri effettivi sono destinati a transitare dal senato accademico al Consiglio d'amministrazione. E questo trasferimento di sovranità promette di avere ricadute positive, almeno nella misura in cui i futuri consigli di amministrazione - composti anche da personalità esterne al mondo universitario e comunque abbastanza ristretti da non riuscire pletorici - saranno maggiormente responsabilizzati, riguardo agli interessi generali dell'ateneo, degli attuali senati accademici, tristemente noti come sacche del peggiore consociativismo.

3 È vero o falso che i Dipartimenti prenderanno il posto delle Facoltà?
Vero. In teoria, falso (forse) in pratica. È vero che la riforma Gelmini attribuisce ai Dipartimenti non più soltanto (come da trent'anni in qua) potere decisionale sulla ricerca, ma anche (finalmente) potere decisionale sulla didattica. Tuttavia, la riforma Gelmini consente agli atenei, nella loro autonomia, di creare nuovi organismi che potranno somigliare alle vecchie Facoltà, e potranno essi stessi avere potere sia sulla didattica, sia sul reclutamento dei docenti. Dunque, tutto dipenderà da quanto gli statuti degli atenei disporranno in materia. Ma siccome i nuovi statuti verranno redatti dai vecchi organismi dirigenti, è facile prevedere che - gattopardescamente - molto cambierà affinché tutto resti come prima…

4 È vero o falso che la riforma Gelmini imporrà ai professori universitari di lavorare di più?
Falso. Nei fatti, la legge attualmente in discussione aumenta il margine di manovra dei docenti nell'esercitare attività private al di fuori degli atenei, senza per questo vincolarli a un minimo di ore di insegnamento effettivo. In particolare, la riforma cancella il tetto minimo delle 120 ore di insegnamento per docente, che era stato previsto dal ministro Moratti nel 2005.

5 È vero o falso che con la riforma Gelmini i professori universitari torneranno a essere reclutati su base nazionale anziché su base locale?
Falso. Per accedere alla docenza occorrerà effettivamente avere meritato, per giudizio di una commissione nazionale, l'iscrizione a una lista generale degli "aventi diritto" in quella disciplina: ma saranno i singoli atenei (con modalità tutte da definire, e forse senza neppure il giudizio di un'apposita commissione) a effettuare la "chiamata" del docente da loro prescelto. E siccome la lista nazionale sarà aperta - cioè non comporterà un numero massimo di iscritti - è grave il rischio che sulla lista vengano iscritti i proverbiali "cani e porci", e che i singoli atenei provvedano poi a chiamare il cane (o il porco) che sta loro a cuore.

6 È vero o falso che la riforma Gelmini garantisce un canale privilegiato (sul modello anglosassone del cosiddetto "tenure track") per il reclutamento dei giovani ricercatori?
Falso. Il sistema previsto - un primo contratto triennale, più un ulteriore contratto triennale, in fondo al quale si situerebbe l'eventuale assunzione su un posto di ruolo - nulla assicura alle giovani leve, nella misura in cui manca qualunque impegno preventivo dell'ateneo a bandire il posto in questione.

7 È vero o falso che la riforma Gelmini introduce nel sistema un'Agenzia nazionale per la valutazione della ricerca e della didattica?
Falso. L'Agenzia in questione (Anvur) è stata introdotta nel 2006 con una legge del governo Prodi. Il progetto di legge Gelmini si sforza di ridefinirne e di consolidarne i compiti.
In conclusione, un inventario delle questioni aperte testimonia come la riforma dell'università abbia bisogno più che di "effetti annuncio", di concreti riscontri fattuali. Alcune linee di intervento della riforma, segnatamente a livello di governo degli atenei, sembrano andare nel senso giusto. Ma occorrerà verificare se e quanto la riforma saprà vincere le resistenze conservatrici che, nelle università italiane, sono tradizionalmente fortissime. Soprattutto, occorrerà che le prevedibili tagliole finanziarie - in particolare nell'assunzione dei nuovi ricercatori - non siano tali da condannare il nostro sistema, quand'anche "riformato", a una progressiva senescenza del personale docente, che già oggi è fra i più anziani d'Europa.

P.S. A proposito di "effetti annuncio": nei giorni scorsi, il ministro Gelmini si è detto personalmente favorevole alla proposta del Partito democratico di anticipare a 65 anni (contro gli attuali 70) l'età del pensionamento per i professori ordinari, con l'integrale destinazione dei corrispondenti risparmi al reclutamento di giovani docenti. Proprio oggi, in aula, il Senato discuterà l'emendamento in questione. Vedremo quindi se il ministro farà corrispondere alle parole i fatti, convincendo la maggioranza di governo a votare in favore della misura proposta dal Pd. Naturalmente, se davvero i professori universitari andassero in pensione a 65 anni, questo rappresenterebbe un aggravio per i conti dell'Inpdap, e ciò proprio nel momento in cui si dice che – allungandosi l'età media della vita – dobbiamo tutti abituarci all'idea di lavorare più a lungo. D'altra parte, il pre-pensionamento dei professori ordinari costituirebbe indiscutibilmente un segnale forte della volontà d'incidere sull'esistente, contenendo il dispotismo assoluto dei vecchi "baroni" sull'università italiana.