ricerca calpestataIl nuovo ddl Gelmini li ha tagliati fuori dalla linea della carriera universitaria eppure nel 2001 sono stati la forza trainante della riforma del 3+2

Fonte: Corriere dell'Università e del Lavoro
di Anna Di Russo

A quasi dieci anni di distanza continuano a ricoprire circa il 40% della didattica universitaria e ad avere doveri da professori. Sono i ricercatori – docenti, circa 26 mila cervelli che chiedono oggi il riconoscimento del loro status giuridico.

Marco Merafina è il Coordinatore Nazionale Ricercatori Universitari e lui, come del resto i 2/3 dei suoi colleghi, sale e scende ogni giorno dalla cattedra, dando un grande contributo alla didattica universitaria italiana. La loro rivolta, la sospensione dei “compiti didattici”, – ci spiega nell’intervista – nasce dal nuovo disegno di legge sull’Università. A lui e ai suoi colleghi la riforma Gelmini non va proprio giù perché ha mostrato di dimenticarsi di loro. Eppure oggi nelle facoltà la docenza è affidata a 16 mila ordinari, 18 mila associati e ben 26 mila ricercatori.

Partiamo dalla proclamazione del vostro stato di agitazione…
Le proteste sono partite dagli atenei di Torino, Napoli, Cagliari. Sono state queste le prime città universitarie che hanno deciso di dare al governo un segnale sul decreto di legge Gelmini. I ricercatori di queste università hanno scelto di rinunciare all’attività didattica, non vogliono più insegnare. Dal prossimo anno torneranno tutti a fare esclusivamente ricerca.

E il C.N.R.U. quando ha deciso di scendere in campo?
Abbiamo deciso di indire noi stessi uno stato di agitazione facendo fare un salto di qualità alla protesta. Il suggerimento è stato seguito da molte università. E lo abbiamo fatto perché nella fase di presentazione degli emendamenti al disegno di legge Gelmini la situazione sullo stato dei ricercatori si è ulteriormente aggravata con l’inserimento di una norma offensiva che consente alle università di imporre l’attività di docenza ai ricercatori senza riconoscerne lo stato giuridico.

Qual è attualmente la situazione dei ricercatori all’interno delle università italiane?
La situazione di fatto è che oggi i 2/3 dei ricercatori sono impegnanti nella docenza. Specialmente nelle facoltà scientifiche i ricercatori hanno un’attività didattica assolutamente indistinguibile da quella degli associati e degli ordinari. Nonostante questo il nostro status giuridico non cambia: ci viene attribuito il titolo di professore aggregato nel periodo in cui abbiamo un affidamento o una supplenza, ma nessuno ha mai pensato di riconoscerci quello di associato.

Quindi doveri da professori con diritti da ricercatori…
Si, è una situazione inaccettabile. Non si può chiedere ai ricercatori di sobbarcarsi il 40% dell’attività didattica universitaria e nel contempo avere una legislazione che non consente loro il riconoscimento del ruolo di professore. Noi possono scegliere se fare didattica, ma da un punto di vista legislativo non siamo obbligati a farla.

Capitolo retribuzioni: avete un riscontro economico dalle vostre docenze?
Assolutamente no. Ormai non percepiamo più compensi. Ci sono casi particolari come la Facoltà di psicologia della Sapienza di Roma dove i ricercatori a volte sono pagati. Ma attualmente questo esempio rappresenta una rarità.

E non avanzate nessuna richiesta a livello retributivo?
Una richiesta di finanziamento generale del sistema universitario l’abbiamo fatta. È il primo punto del nostro comunicato. Ma bisogna anche rendersi conto che l’università sta sopravvivendo ad uno stato di sottofinanziamento cronico. Sempre più atenei stanno arrivando faticosamente al pareggio tecnico tagliando sui corsi, sul personale tecnico e bloccando molte carriere. Nonostante tutto l’università italiana ha una produzione scientifica che è assolutamente di tutto rispetto e questo lo fa con un sottofinanziamento. Mi chiedo che fine hanno fatto gli obiettivi di Lisbona. Dovevamo arrivare a una spesa pari al 35% del Pil per università e ricerca. Stiamo ancora all’1%.

E per i futuri ricercatori?
Loro saranno inseriti a tempo determinato e verranno poi successivamente inquadrati nella seconda fascia di professori associati.

Una minaccia per il vostro futuro?
Esiste un percorso preferenziale che agevola i nuovi ricercatori a tempo determinato che verranno inquadrati direttamente in II fascia. Ovviamente nel momento in cui ci sarà da fare una scelta tra un ricercatore che ha già un posto fisso e un giovane che se non viene preso sarà disoccupato, la scelta sarà sul secondo.

Una guerra tra poveri…
Loro verranno inquadrati progressivamente e saranno inseriti a tempo determinato e noi resteremo nel nostro ruolo fino alla pensione. In più i ricercatori a tempo determinato saranno inseriti in II fascia automaticamente con chiamata diretta.

Ritorniamo alla protesta. Incrociare le braccia e sospendere la docenza per un anno: una linea dura che andrebbe a pesare enormemente sui corsi di laurea…
In questa fase sono pochissimi i casi in cui la didattica è stata sospesa. Ma la cosa importante che è stata fatta è un’altra. Siamo in un periodo particolare dell’anno: nel mese di aprile si prepara la programmazione didattica per il prossimo anno accademico. Tutti i presidenti dei consigli di area didattica devono compilare dei moduli che saranno portati al ministero per certificare le attività dei corsi per l’anno prossimo. Ovviamente ogni corso necessita dei requisiti minimi e noi stiamo chiedendo di non essere conteggiati in questi requisiti. Così tutti i corsi di laurea dove i ricercatori non daranno la loro disponibilità non potranno partire.

In conclusione cosa chiedete?
In termini pratici chiediamo un inquadramento che sia in un qualche modo anche oneroso: ovvero con una curva stipendiale che premi con degli aumenti retributivi l’attività dei ricercatori nel momento del passaggio in II fascia. Ma abbiamo anche previsto un secondo sbocco in cui il passaggio nella seconda fascia sia fatto a costo zero, nella stessa progressione retributiva degli attuali ricercatori. In questo modo lo stato non farà altro che continuare a pagare ai nuovi associati quello che pagava priva: nessun onere aggiuntivo.