lauree inutiliMaglia nera per l’Italia. Cifre alla mano, in Italia solo il 17% della popolazione tra i 24 e i 34 ha conseguito una laurea, percentuale che scende al 9% se si prende in considerazione la fascia di età tra i 55 e i 64 anni

Fonte: Il Messaggero
di Anna Maria Sersale

Confronto mortificante con il resto d’Europa, dove la media è rispettivamente del 33% e del 19%. Con le lauree brevi qualche passo avanti c’è stato, ora si laurea il 35% dei giovani della fascia 23-25 anni. Comunque, secondo l’Ocse abbiamo meno laureati del Cile (ultimo rapporto “Education at a glance”). Neppure il sistema delle lauree triennali ha fatto miracoli in questa Italia che nelle statistiche è in compagnia di Brasile, Turchia, Repubblica Ceca e Slovacchia.

Ma non è solo un problema di tanti o pochi. La disoccupazione giovanile aumenta e aumenta lo squilibrio tra domanda e offerta. Secondo gli industriali nelle università c’è un difetto di programmazione delle lauree: «Quello che non funziona da noi non è la quantità ma la qualità dei laureati e soprattutto la tipologia del corso di studi scelto - sostiene Claudio Gentili, direttore Education di Confindustria - Mentre le industrie italiane raddoppiavano i loro tecnici, scuola e università dimezzavano la loro offerta di diplomati tecnici e laureati tecnico scientifici. Il vero problema italiano potrebbe essere definito “genericismo”. In terza media, indecisi tra classico e tecnico a indirizzo elettronico si sceglie lo scientifico. Poi, finito il liceo, indecisi tra Filosofia medievale e Ingegneria elettronica, si sceglie Scienze della Comunicazione. Occorre correre ai ripari. Con un maggiore e più efficace orientamento sin dalla Scuola Media. E con una maggiore informazione sugli sbocchi occupazionali che le diverse tipologie di laurea offrono».

«Sulla base dei dati Unioncamere-Excelsior 2009, la carenza di profili tecnico-scientifici - continua Gentili - è quantificabile in oltre 15.000 unità». Il mancato incontro tra domanda e offerta ha alle spalle molteplici cause. Ci sono profili in eccesso e profili carenti. Il settore giuridico, per esempio, è strasaturo. «Ogni anno sforniamo 20 mila laureati in Giurisprudenza, ma l’attività forense ne assorbe al massimo sei-sette mila l’anno - sostiene Guido Fiegna, membro del Comitato nazionale di valutazione del sistema universitario - Ne conseguono frustrazioni e danni pesanti, in termini sociali e individuali. Siamo il Paese al mondo con il maggior numero di avvocati! Non funziona l’orientamento. Non possiamo impedire a un giovane di iscriversi a Scienze della Comunicazione o a Legge, ma se non ne abbiamo bisogno dovremmo disincentivarli facendogli pagare più tasse. Di contro, bisognerebbe abbassare i contributi dei giovani che decidono di iscriversi alle facoltà scientifiche. E comunque, attenti a non far passare l’idea che la laurea non serve. Se i diciannovenni disertano le università, se la disaffezione cresce, il Paese non si riprende più».

Quanto ai difetti di programmazione, secondo Fiegna ci sono molte responsabilità che coinvolgono le università ma anche il mondo imprenditoriale. «Sì, ci sono buchi nell’area sanitaria, mancano infermieri e tecnici, il numero chiuso in quel caso è gestito dalle Regioni, andrebbero innalzate le quote per i posti nelle università. In ogni caso - conclude Fiegna - ad un giovane uscito dal liceo che deve scegliere il suo futuro dovremmo in modo chiaro far sapere (a tre o quattro anni dal titolo) quali e quante probabilità di occupazione ha frequentando un certo corso di laurea. Un altro aiuto, perché non sia un disoccupato, potrebbe venire da stage e tirocini, se li rendessimo obbligatori».

Forse si risolverebbe anche il problema dell’incoerenza tra il lavoro svolto e il titolo di studio conseguito: «Nel confronto europeo - sottolinea Gentili di Confindustria - l’Italia mostra il valore di mismatch più elevato sia per i diplomati, sia per i laureati. Il 50% dei diplomati italiani ricopre una mansione-qualifica incoerente con il titolo di studi ottenuto a fronte di una media europea del 40%. Tra i possessori di un titolo di istruzione superiore, l’incongruenza tra lavoro e studio è meno forte in generale. Tuttavia, tra i laureati italiani il 36% svolge un’attività lavorativa non coerente con le competenze acquisite: circa 6 punti percentuali in più della media europea».

A tutto ciò si aggiunge il fermo blocco dell’ascensore sociale. Nell’ultimo decennio ha rallentato fino quasi a fermarsi. Dal 1999 al 2009 è più che raddoppiata la quota di famiglie che si colloca in un ceto sociale basso, passando dal 12 al 29%. Sembra passato un secolo da quell’Italia che alla vigilia del boom economico aveva fiducia nel futuro, sentiva sulla pelle la possibilità di costruire un domani migliore. I figli degli operai, studiando, diventavano medici, avvocati e commercialisti. Oggi, paradossalmente, non è più così. E non soltanto perché il 44 per cento degli architetti è figlio di architetto, il 42 per cento di avvocati e notai è figlio di avvocati e notai, il 40 per cento dei farmacisti è figlio di farmacisti (rileva il Censis). Ma perché chi nasce in una famiglia ricca rimane ricco e chi nasce in una famiglia povera rimane povero. Intanto, il dissesto delle università contribuisce alla fuga dei cervelli. Ne esportiamo trentamila l’anno e ne importiamo soltanto tremila.