downloadL'allarme delle etichette discografiche: "Persi 185000 posti di lavoro". Ma le aziende nel 2009 hanno investito oltre 5 miliardi per cercare nuove star

Fonte: La Stampa

La crisi e la pirateria si stanno mangiando il mondo della musica. E’ l’allarme lanciato dai professionisti del settore, che provano a rilanciare con investimenti ad hoc ma subiscono contraccolpi dolorosi in termini di fatturato e posti di lavoro. Lo scorso anno a causa della pirateria digitale le industrie creative dell’Unione Europea perso 10 miliardi di euro e bruciato 185.000 posti di lavoro. La diffusione sempre più capillare della banda larga e di Internet veloce rischia di rendere il conto ancora più doloroso nel 2010.

Solo in Italia i danni sono stati di 1,4 miliardi di euro con 22.400 posti di lavoro lasciati per strada, dicono i dati forniti dalla società indipendente Tera Consultants, che prevede entro il 2015 perdite fino a 240 miliardi di euro.

Secondo l’indagine, presentata a Bruxelles, nel 2008 le industrie creative hanno offerto un contributo pari al 6,9% del totale del Pil con una quota del 6,5% dell’occupazione totale dell’Ue. «Sulla base delle attuali proiezioni e in assenza di cambiamenti significativi nella politica del settore, le industrie creative dell’Unione Europea potrebbero subire entro il 2015 perdite pari a 240 miliardi di euro e 1,2 milioni di posti di lavoro in meno», spiega lo studio Tera che delinea due scenari possibili entro il 2015, basandosi sulle previsioni del traffico Internet di Cisco System ed ipotizzando che non venga presa alcuna misura per arginare la pirateria.

Nel primo scenario si ipotizza che la pirateria digitale aumenti proporzionalmente al traffico del file-sharing, che cresce ad un tasso annuale del 18%: con questo questo ritmo il settore registrerebbe nel 2015 perdite nella produzione musicale, film, serie tv e software per circa 32 miliardi di euro. L’Europa così perderebbe per strada oltre 600mila posti di lavoro. Il secondo scenario, invece, tiene conto sia dello scambio di file sia dell’attività di streaming online, offrendo così un’idea dell’impatto massimo della pirateria digitale e tenendo presente che, dal 2008 al 2015, il traffico dei consumatori con un indirizzo Internet cresca ad un tasso superiore al 24%. Fermo restando questo dato, dunque, secondo Tera il settore registrerebbe nel 2015 perdite nei settori dell’audiovisivo per circa 56 miliardi di euro, rispetto ai circa 10 miliardi di euro del 2008. E la conseguente perdita di posti di lavoro in Europa sarebbe di circa 1,2 milioni di unità entro il 2015.

Le associazioni del settore musicale aderenti a Confindustria, Afi, Fimi e Pmi, e le maggiori organizzazioni sindacali italiane del settore hanno espresso «forte preoccupazione» e hanno chiesto un «intervento di contrasto ad un fenomeno che rischia di distruggere il settore creativo», anche perché le case discografiche non hanno smesso in investire nella promozione e nella ricerca di nuovi talenti. Secondo l’Ifpi, la federazione che rappresenta l’industria discografica a livello mondiale, le major della musica nell’ultimo anno hanno sborsato oltre 5 miliardi di dollari. Dalla ricerca Ifpi, emerge in particolare che le case discografiche sono quelle che investono principalmente nelle carriere degli artisti: il 30% dei loro fatturati viene impiegato in ricerca, sviluppo e pubblicità, una percentuale che supera in maniera significativa la ricerca e sviluppo messa in atto da aziende di altri settori. E la platea di “impiegati dell’arte” è ancora molto vasta: sono più di quattromila i musicisti con contratti a livello di major e molte altre migliaia collaborano con le etichette indipendenti.

«Uno dei temi attuali è che nell’era digitale gli artisti non abbiano più bisogno delle etichette discografiche. È sbagliato - osserva John Kennedy, presidente e amministratore delegato di Ifpi -. L’investimento, la collaborazione e il sostegno delle nostre aziende nella realizzazione della carriera di un artista non è mai stato più importante di quanto lo sia oggi».