sentenza contro googleInfuria il dibattito sui media della rete e della carta stampata dopo la condanna di tre dirigenti di Google

Fonte: Il Sole 24 Ore
di Elysa Fazzino

Google sembra un «bambino sorpreso con le mani nella marmellata» e la sentenza del Tribunale di Milano è – a seconda dei punti di vista - una doccia fredda per Internet, una minaccia alla libertà del web, una rivincita per gli avversari, un'affermazione del diritto alla privacy.

Il caso riguarda un filmato, pubblicato su Google Video nel 2006, dove un ragazzo down veniva insultato e picchiato dai compagni di scuola dell'istituto tecnico Steiner di Torino.
Nel caso Google molti vedono «una minaccia più ampia», evidenzia il New York Times, che ha messo la notizia della condanna sulla prima pagina anche della sua edizione cartacea. «È il primo caso che considera i dirigenti della società penalmente responsabili per i contenuti messi sul suo sistema» scrive sul Nyt Rachel Donadio. Il verdetto «potrebbe avere implicazioni travolgenti in tutto il mondo per la libertà di Internet: indica che Google non è semplicemente uno strumento per i suoi utilizzatori, come sostiene, ma che di fatto non è diverso dagli altri media, come giornali o tv, che forniscono contenuti e possono essere regolamentati».

La sentenza, per il New York Times, «complica ulteriormente» il business di Google in Europa, dove affronta una raffica di denunce. Di recente Google ha minacciato di ritirarsi dalla Cina anche perché Pechino chiede di restringere le informazioni accessibili ai cinesi. «L'enorme business di ricerca e pubblicità di Google – nota il Nyt – dipende pesantemente dal fatto di raggiungere ogni angolo dell'Internet globale e di dare agli utenti l'accesso al maggior contenuto digitale possibile, indipendentemente dalla sua origine o proprietà». La decisione italiana è quindi «una minaccia significativa al modello di business» di Google e di altre società Internet come Facebook e Twitter.

«In Italia – continua il New York Times – dove il Primo ministro Silvio Berlusconi possiede la maggior parte dei media privati e controlla indirettamente i media pubblici, c'è una forte spinta per regolare Internet in modo più deciso rispetto a quanto avviene altrove in Europa». Il quotidiano newyorchese riferisce dei timori che in Italia, dove l'uso di Internet è già tra i più bassi d'Europa, i giovani finiscano per avere limitato accesso all'informazione. Dopo avere ricordato il «disappunto» dell'ambasciatore americano in Italia, David Thorne, l'articolo punta il dito contro le proposte di legge per «burocratizzare Internet in Italia», come la proposta che obbligherebbe i siti Internet ad avere la licenza come le televisioni. E cita Paolo Gentiloni, ex ministro delle Comunicazioni, che fa notare come il potere politico in Italia sia nelle mani della gente che fa la tv, non Internet e «più è lenta la banda larga e meglio è per il governo».

Per il Wall Street Journal, la sentenza potrebbe restringere il modo in cui le compagnie Internet operano in Italia. I tre dirigenti condannati - David Carl Drummond, ex presidente del cda di Google Italia e ora senior vice president, George De Los Reyes, ex membro del cda di Google Italia e ora in pensione, e Peter Fleischer, responsabile delle strategie per la privacy per l'Europa di Google – non rischiano però né l'estradizione né la prigione, nota sul Wsj Stacy Meichtry, poiché le condanne a meno di tre anni di carcere sono automaticamente sospese in Italia.

Google, aggiunge il Wsj, conta di discutere la sentenza con le autorità europee. Il verdetto stabilisce un precedente giuridico in Europa per una delle questioni più «sensibili» per i siti video come You Tube di Google: se le compagnie Internet possano essere considerate legalmente responsabili per il contenuto messo online sui loro siti video da parti terze.
La vicenda è seguita con attenzione in Europa e negli Usa – sottolinea Vincent Boland sul Financial Times – per le sue implicazioni su chi sia responsabile per il contenuto Internet. Gli analisti dicono che il verdetto potrebbe avere un «effetto raggelante» per l'uso di Internet in Italia, continua il Ft. Ma le interpretazioni divergono sulle implicazioni a lungo termine.

Per Oreste Pollicino, professore di legge alla Bocconi, la sentenza «ha a che fare con la privacy, non con la libertà di espressione» e indurrà le società internet a prendere la privacy più seriamente. Ma Bridget Treacy, esperta di privacy allo studio legale Hunton & Williams di Londra, afferma che l'esito del caso è stato «estremo» e potrebbe rafforzare l'idea che le leggi europee sulla privacy siano conservatrici e difficili da applicare. Con il rischio di ridicolizzare e indebolire le leggi europee sulla privacy e la protezione dei dati in generale.

«Microsoft approfitta delle difficoltà di Google», è un titolo sul Techblog di Maija Palmer sul Ft, che nota come Google sia anche nel mirino dell'antitrust europeo. «Una lunga indagine antitrust contro Google sarebbe fantasticamente conveniente per Microsoft», che ha di recente sistemato le cose con l'Ue e ora può apparire "più bianca del bianco", mentre la reputazione di Google si annerisce.

Il sito dell'Economist dedica un approfondimento, solo sul web, ai tanti guai giudiziari di Google. Mette l'accento sull'indagine antitrust di Bruxelles, un'area in cui considera Google particolarmente vulnerabile. «Lanciare denunce antitrust è diventata una sorta di arma concorrenziale nel business della tecnologia». E la grande forza agitatrice contro Google è l'arcirivale Microsoft. Google non affronta denunce solo sull'antitrust, ma anche in altri campi, come dimostra il caso italiano sulla privacy. «Google – conclude - è arrivata al punto in cui è così dominante che ogni sua mossa desta sospetti». Anche il Guardian parte dall'inchiesta preliminare anti-monopolio avviata dalla Commissione europea, inserendo la sentenza di Milano nella serie di attacchi mossi alla posizione di Google.

Sul sito della Bbc, un'analisi di Jane Wakefield, fa notare che la gran parte della «net community», comunità della rete, è preoccupata per le ramificazioni della sentenza. Se sono considerate responsabili per ogni contenuto messo sul loro sito, le società Internet dovrebbero affrontare «l'impossibile lavoro di controllare ed esaminare tutto prima della pubblicazione». L'Italia sembra decisa a perseguire casi del genere anche contro altri giganti della rete come eBay, Yahoo e Facebook. «I suoi motivi nel perseguire tali casi sono meno chiari».

«Problemi a Googleland», è il titolo sul Times di Londra di un'analisi firmata da Mike Harvey. «È stata una cattiva giornata per Google», che mercoledì si è vista piombare addosso la condanna di Milano e l'avvio della procedura Ue. I due casi «non sono scollegati»: Google attira sempre più l'attenzione delle autorità, soprattutto in Europa, man mano che si estende su vari mercati, dalla telefonia mobile alla «mappatura». Per evitare condanne come quella italiana, Google dovrebbe vedere ogni video prima di metterlo online, «un compito commercialmente impossibile, poiché ogni minuto nel mondo vengono caricate più di 20 ore di video». La sentenza, scrive Richard Owen nel pezzo di cronaca, potrebbe cambiare profondamente il modo in cui i videoclip sono messi su Internet. Il corrispondente accenna anche alla protesta dei blogger italiani, con il commento di uno di loro sulla Stampa: «Da oggi siano meno occidentali e più cinesi».

«Google colpevole di reato contro la privacy in un caso test per il web» titola l'Independent, sottolineando che secondo le critiche, il caso potrebbe gravemente limitare la libertà di Internet. Le proteste dei dirigenti condannati probabilmente non saranno ascoltate in Italia, scrive il quotidiano britannico, sottolineando la forte ondata di solidarietà per la vittima. Il Telegraph fa il titolo sulle reazioni contro la condanna: la sentenza su Google in Italia è una "minaccia alla libertà di Internet». E' il primo verdetto del genere della storia, esordisce Nick Pisa, dando rilievo alla posizione dell'ambasciatore Usa.

E' il quotidiano francese Les Echos a paragonare Google a un bambino colto con le mani nella marmellata. Nel commento, intitolato «La morale secondo Google», Philippe Escande afferma che Google invoca facilmente la morale per giustificare la sua strategia o difendere le sue posizioni Ma nonostante dica di volere solo la felicità dell'umanità, la «ricchissima» azienda è sempre più spesso oggetto di denunce. «Il mondo capitalista non è il paradiso e il rovescio della medaglia si chiama redditività, crescita, dominio, potere… e abuso di potere». Insomma, Google non è il buon samaritano di Internet e deve approfittare della sua potenza per esplorare nuovi territori. «A rischio di moltiplicare i conflitti d'interesse. A rischio di scontrarsi con la coalizione dei suoi avversari. Amazon, Microsoft, Yahoo, Att sono già sul sentiero di guerra».

Le Figaro ha un vistoso richiamo sulla homepage del suo sito: «L'Italia condanna tre dirigenti Google». La decisione, osserva il quotidiano francese, va contro la giurisprudenza in atto in numerosi Paesi europei, tra cui la Francia, secondo cui un sito che ospita contenuti di internauti non può essere condannato se rifiuta di moderarlo. La condanna, nota un articolo su Le Monde, arriva in un momento in cui il governo italiano vuole indurire i controlli sui video online su Internet. In Francia, i siti web non sono tenuti a filtrare a priori i contenuti, ma devono sopprimere entro 24 ore ogni elemento contrario alla legge che viene loro segnalato.
Il quotidiano spagnolo El Mundo dedica un titolo del sito alla reazione Usa: «Gli Stati Uniti esprimono disaccordo per la condanna in Italia di tre dirigenti Google». Un altro titolo mette in evidenza la discrepanza con le norme europee: «La sentenza di Google Italia contraddice una direttiva europea». Si tratta della direttiva 2000/31/CE sul commercio elettronico, che limita la responsabilità dei provider. La norma dà agli Stati Ue il potere di imporre ai provider l'obbligo di comunicare alle autorità informazioni che permettano di identificare i proprietari delle pagine ospitate. Come risultato della sua collaborazione, afferma Google, il giovane responsabile della pubblicazione del video è stato rintracciato e condannato da un tribunale di Torino.