obamaObama non ha perso di vista la scommessa sulla diffusione e qualità dell'istruzione media e universitaria, come investimento nel futuro di una nazione che non intende soggiacere al rischio di lento declino in uno scenario di concorrenti e di spinta alla crescita

Fonte: Il Sole 24 Ore
di Fabrizio Onida

Nel suo primo messaggio del 24 febbraio 2009, nel pieno della crisi economica e finanziaria, Obama evocava le notti insonni di chi aveva perso il lavoro, di chi vedeva appesa a un filo la sorte dell'impresa faticosamente messa in piedi, e metteva al terzo posto i genitori costretti a mettere nel cassetto la lettera di accettazione al college del proprio figlio. Come terza sfida politica del proprio mandato in ordine di importanza metteva proprio l'istruzione superiore: «Oggi tre quarti dei lavori nelle attività in più rapida crescita richiedono un titolo di studio oltre la scuola media superiore, mentre poco più della metà dei nostri cittadini ne sono dotati. Registriamo uno dei più elevati tassi di abbandono dell'istruzione media superiore tra i paesi industrializzati e metà degli studenti che si iscrivono a un college non arrivano alla conclusione degli studi. Questa è una ricetta per il declino economico, perché sappiamo che i paesi che oggi ci superano come livello di istruzione domani ci metteranno fuori mercato... abbandonare la scuola media superiore lungo il corso degli studi non è tanto rinunciare a sé stessi, ma abbandonare il paese ... entro il 2020 l'America tornerà ad avere la quota di laureati più alta del mondo: è un obiettivo che possiamo raggiungere».

Nel messaggio dello scorso 27 gennaio, quando arriva a elencare le politiche per rilanciare la crescita, dopo aver citato il risanamento del sistema finanziario, l'innovazione nell'energia pulita e sicura e la spinta verso maggior penetrazione all'estero delle esportazioni americane, mette proprio gli investimenti nella scuola e nell'università: «Anziché finanziare lo status quo, investiamo in una riforma che innalzi il rendimento scolastico, che renda attraente per lo studente eccellere nella matematica e nelle scienze, che riconverta radicalmente (turn around) le scuole fallimentari le quali rubano il futuro a troppi giovani americani».
A tale scopo Obama conferma il programma di una credito d'imposta di 10mila dollari alle famiglie che scelgono di mantenere un figlio per quattro anni all'università, nonché di prestiti d'onore agli studenti che dopo essersi laureati potranno restituirli entro 20 anni utilizzando il 10% dei futuri redditi da lavoro. «Nessuno dovrebbe fallire perché ha scelto di frequentare l'università». E non manca di aggiungere che le università (colleges and universities) devono porsi seriamente il problema di ridurre i propri costi di funzionamento, dal momento che «la tassa del college è uno dei pesi che fronteggia la classe media».

Questi messaggi possono farci riflettere un po' in casa nostra. Accanto al giusto compiacimento per i successi competitivi dell'industria italiana nelle numerose nicchie di eccellenza, non dimentichiamo quanta strada resta da percorrere per far crescere e usare in modo efficiente il nostro "capitale umano", che resta la più preziosa e strategica risorsa nella competizione globale. Occorrono istituzioni pubbliche e politiche, ma anche imprese all'altezza della sfida.

Anche nel 2009 il «Factbook» annuale dell'Ocse riporta una batteria di indicatori socio-economici che consentono di valutare la posizione relativa dei paesi membri. Eccone alcuni di cui non andare fieri, e di cui la politica dovrebbe farsi carico quando si impegna davanti agli elettori per migliorare il futuro del paese. Nel 2001-07 l'Italia risulta ultima su 31 paesi quanto a crescita media annua del reddito pro-capite a parità dei poteri d'acquisto, nonché a crescita del Pil per ora lavorata. Siamo 31esimi su 34 quanto a tasso di occupazione della popolazione nella fascia centrale di età 25-54 anni. Siamo 30esimi su 32 come percentuale di laureati sulla popolazione di 25-64 anni (un po' meglio, 28esimi su 32 , nella fascia di età 25-34 anni, ma pur sempre preceduti da paesi come Polonia, Ungheria, Portogallo e Messico). Siamo 25esimi su 30 come spesa pro-capite in istruzione universitaria, penultimi su 33 come crescita della spesa pubblica in istruzione nel 2000-05, 27esimi su 30 come spesa privata e pubblica in istruzione universitaria (mentre siamo al decimo posto, sopra la media Ocse, come quota di spesa privata in istruzione universitaria). Come noto, siamo fanalino di coda tra i paesi industriali come spesa nazionale in ricerca e sviluppo, 29esimi su 35 quanto a numero di ricercatori (equivalenti tempo pieno) per 1.000 abitanti.