temperaturaI virus combattuti dai farmaci potrebbero mutare e diventare ancora più virulenti

Fonte: La Stampa

Certo che sarebbe proprio una bella presa in giro; prendere un farmaco antivirale per combattere il virus e questi, anziché morire, diventa ancora più forte e virulento… un bel guaio, non c'è che dire.
Ed è quello che potrebbe proprio succedere, specialmente in periodi come questi funestati da influenze A, stagionali ma non solo, ovviamente. Tutto ciò, almeno, secondo i ricercatori dell'Università del Texas ad Austin.
Le considerazioni, pubblicate sulla rivista scientifica "Genetics", mettono in guardia dal processo avviato da questo tipo di farmaci che prevede l'uccisione dei virus per mezzo della mutazione del Dna, potrebbe in realtà sortire l'effetto contrario, ovvero renderli ancora più forti.

Secondo i ricercatori, la domanda cruciale è se questo tipo d'intervento funziona come dovrebbe essere nelle intenzioni. E resta da capire se, invece, questo forzato e alto indice di mutazione non possa ostacolare il trattamento anziché migliorarlo.
Come sottolineato dal dr. Jim Bull del team di ricerca, l'attuale e accettato modello afferma che il virus non sarebbe in grado di gestire gli alti tassi di mutazione e che alla fine muore. Tuttavia, in base ai test condotti, si è dimostrato falso in quanto il virus ha mostrato di aumentare la propria forma o efficienza in presenza di elevati tassi di mutazione.
In sostanza, in base ai test è emerso che i virus sottoposti a questo tipo di trattamento rispondono in due modi distinti: il primo, come da aspettative, mostra un virus indebolito o morente; il secondo mostra un virus che si adatta e prospera, ovvero si trasforma in un virus più potente se il tasso di mutazione non è abbastanza elevato da provocarne l'indebolimento o la morte.

«Questo studio dovrebbe sollevare più di uno scetticismo su questo approccio per bloccare i virus. Perché l'ultima cosa che si vuole fare è far peggiorare la situazione. Molto lavoro deve essere fatto per determinare il reale rischio di questo tipo di approccio» ha concluso il dr. Mark Johnston della rivista Genetics.