spotifyL'università inglese blocca l'accesso dei suoi studenti al popolare servizio: il traffico di dati rischiava di intasare il network dell'università. Ma cosa accadrà, sul Web, quando gli utenti saranno centinaia di milioni?

Fonte: La Stampa
di Luca Castelli

Al ritorno dalle vacanze natalizie, gli studenti dell'università di Oxford hanno tovato una brutta sorpresa. L'ateneo ha deciso di bloccare all'interno del campus l'utilizzo di Spotify, il servizio di ascolto musicale in streaming molto popolare in Gran Bretagna. Troppo alto il consumo di banda larga, che rischiava di intasare la rete informatica dell'università.

Per qualcuno, questa notizia avrà il sapore del dejavu. Esattamente dieci anni fa, qualcosa del genere accadde con Napster. Dopo aver scoperto l'esistenza del padre di tutti i servizi di filesharing, gli studenti iniziarono a condividere e scaricare milioni di brani MP3. All'epoca furono alcune università americane a decretare l'embargo, per evitare il collasso dei propri network.

I due casi presentano affinità e divergenze. L'affinità si chiama P2P. Esattamente come Napster, anche Spotify utilizza un'architettura - seppur nascosta - basata sulla tecnologia peer-to-peer. Mentre gli utenti ascoltano la musica in streaming, i loro computer partecipano attivamente a un continuo scambio di dati, che rende molto efficiente l'intero servizio (gli streaming di Spotify sono praticamente immediati). Molte università hanno l'abitudine di limitare o bloccare del tutto le reti P2P. Da questo punto di vista, dunque, la decisione di Oxford non fa certo scalpore.

E' la divergenza, semmai, a risultare piuttosto rilevante: a differenza di Napster, Spotify è un servizio legale, autorizzato e rifornito dalle case discografiche. E' insomma una attendibile porta aperta sul futuro, un antipasto di quella che probabilmente sarà la fruizione di massa di musica nei prossimi anni. Se il destino del filesharing è sempre stato (anche solo vagamente) limitato dal suo agire in una zona d'ombra ai confini tra legalità e illegalità, lo stesso discorso non vale per lo streaming musicale. Non solo l'università di Oxford, ma tutta Internet dovrebbe quindi prepararsi al suo avvento

Da ormai diversi mesi, i segnali che provengono dal lato musicale del Web appaiono evidenti. Se Spotify ha già conquistato mezza Europa, negli Stati Uniti si sta celebrando il trionfo della web radio personalizzata Pandora, che per la prima volta ha anche respirato un po' di ossigeno economico, chiudendo a fine 2009 il suo primo trimestre in attivo. Sotto forma di P2P o meno, lo streaming piace al pubblico. Soprattutto oggi che sembra aver raggiunto la maturità tecnologica, con servizi sempre più sofisticati e qualità d'ascolto in crescita regolare.

Se per gli utenti finali rappresenta persino una soluzione "ecologica", con gli MP3 che non intasano più la memoria del pc, per la rete globale il discorso è l'opposto. Lo streaming richiede un flusso continuo e ripetuto di dati: ogni volta che ascolti una canzone te la devi "far mandare", anche se è la stessa che avevi ascoltato due giorni prima. Quando gli utenti non saranno poche decine ma diverse centinaia di milioni, l'impatto sul traffico online potrebbe dunque diventare notevole.

A preoccupare non dovrebbero essere tanto le grandi dorsali di Internet, che hanno già dimostrato all'epoca del boom di YouTube di riuscire ad assorbire bene improvvisi aumenti di traffico. La crescita dell'offerta di banda probabilmente bilancerà quella della domanda. Le maggiori incognite derivano invece dalla dimensione mobile del Web, quella che sta sbocciando proprio in questo periodo e nella quale i servizi musicali in streaming potrebbero trovare la definitiva consacrazione.

Sono due i fattori che per ora bloccano l'esplosione di Spotify e fratellini. Il primo è la titubanza dell'industria discografica che, pur di fronte a un servizio legale, controllato e concorrenziale nei confronti del classico P2P, sembra esser rapidamente passata dall'entusiasmo iniziale a una strategia più attendista. Non fosse così, oggi Spotify avrebbe già conquistato il mondo e Pandora non sarebbe confinata al territorio USA. Il secondo ostacolo è l'obbligo di essere sempre connessi a Internet, tipico di qualsiasi streaming. A casa, ormai non è più un problema. Ma sui telefonini o sui pc portatili?

Da quel punto di vista, stiamo vivendo il momento decisivo. La grande battaglia tra iPhone e Android (e Blackberry, e Nokia, etc. etc.) sta producendo un'accelerazione evidente nel mercato degli smartphone. Siamo tutti affamati di super-device che ci permettano di essere sempre connessi al Web. Per lavorare, per divertirci, per chiacchierare e anche per ascoltare musica. Non è un caso se Spotify ha già distribuito un'applicazione per iPhone e Android. O se Pandora ha annunciato alla fiera CES di Las Vegas di puntare forte sul mercato automobilistico: obiettivo, portare la sua musica sulle autoradio. Lontano da casa, on the road.

La nuova rivoluzione digitale è tracciata, ma il collo di bottiglia rischiano di essere le infrastrutture. Oggi il web mobile si basa in buona parte su una soluzione ibrida di wi-fi e telefonia, non senza problemi. Di fronte alla vorace fame di connettività dei primi milioni di utenti di smartphone, i network di molti paesi hanno iniziato a fare capricci. Non solo la copertura è spesso debole, ma anche la convivenza di dati e traffico telefonico sulla stessa rete non è sempre amichevole. In America si sprecano le battute sul fatto che con l'iPhone si faccia molta fatica a telefonare e qualche settimana fa AT&T è arrivata a bloccare per alcuni giorni la vendita di nuovi iPhone nell'area di New York, già troppo intasata. In Italia, al sottoscritto è bastata la terribile esperienza con una chiavetta USB da Roma a Firenze per comprendere gli attuali dolori dell'Internet mobile.

L'accusa che viene spesso rivolta ai gestori telefonici è di non investire nell'ampliamento delle infrastrutture, preferendo adottare tecniche di ottimizzazione del traffico che diventano sempre più improbe man mano che cresce il numero di clienti. Le alternative come il Wimax, intanto, sembrano essere scomparse dai radar. Tenendo conto che siamo solo nella fase nascente di un nuovo mercato, le voci delle cassandre iniziano a farsi più insistenti. Cosa accadrà quando la domanda sarà davvero globale, avremo tutti uno smartphone e non ci basterà usarlo per controllare l'email o cambiare lo status di Facebook, ma vorremo nutrirci regolarmente di servizi ad alto consumo di banda come quelli di music streaming?

L'architettura P2P è stata studiata dagli ingegneri di Spotify proprio per spalmare l'imponente traffico del sistema su tutti i suoi utenti. Eppure ha già fatto suonare il campanello d'allarme all'università di Oxford. E si tratta solo di qualche migliaia di studenti. Una prima e considerevole ondata di piena potrebbe arrivare già nei prossimi mesi, soprattutto se il servizio aprirà davvero anche negli Stati Uniti. Le infrastrutture Web sono pronte a reggere l'urto? Probabilmente, sì. E i network di comunicazione mobile? Saranno il trampolino di lancio dello streaming musicale, come a molti addetti ai lavori sembra logico e inevitabile, o la duna imprevista su cui rischierà di arenarsi?