changChang Yafang nata a Taiwan nel 1973. Vive in Italia dal 1998 e insegna cinese all’università di Urbino

Fonte: Internazionale
di Chang Yafang

Confesso che dopo sette anni di lavoro nell’università italiana, con tutta la buona volontà non sono ancora riuscita a integrarmi del tutto. Vittima di razzismo? Diffidenza dei colleghi? Diffidenza mia verso gli italiani? Niente di tutto questo.

Lavoro benissimo con i miei colleghi e ho costruito ottimi rapporti con i miei studenti. Quello che proprio non riesco ad accettare ha a che vedere con la politica culturale italiana. Negli ultimi sette anni le risorse per sostenere il normale insegnamento di una lingua – non sto parlando quindi di corsi aggiornati o particolarmente innovativi – sono diminuite costantemente.

All’inizio ci raccomandavano di limitare il numero di fotocopie e l’uso di gessetti e pennarelli. Poi, l’amministrazione ha bloccato l’accesso libero alla fotocopiatrice e ci ha dato una scheda con cui potevamo fare un numero limitato di fotocopie. Per averne una nuova dovevamo fare una richiesta corredata da data e firma.

Tagli e schizofrenia
Sono lettrice di cinese e faccio molti esercizi in laboratorio. Visto il boom di studenti degli ultimi anni, mi capitava di finire una scheda nel giro di una mattinata. E, quando andavo a chiederne una nuova, mi facevano pesare il mio consumismo suggerendomi velatamente di cambiare la mia didattica. Ho consultato i miei colleghi per trovare una soluzione.

Alcuni, però, mi hanno dato dell’ingenua, dicendo che loro avevano smesso di fare certi tipi di esercizi ormai da tempo, dal momento che nessuno riconosceva il loro sudato lavoro. Altri, invece, erano troppo impegnati a salvare le loro materie minacciate dai tagli per pensare alle fotocopie o alla didattica.

Quest’anno ci sono stati nuovi tagli e le cose vanno sempre peggio: la ricarica della scheda è a pagamento. Questo mi manda quasi fuori di testa: dovrei pagare per fare meglio il mio lavoro? Per un secondo ho desiderato che il numero dei miei studenti diminuisse drasticamente, ma mi sono subito sentita profondamente in colpa. È come se il sistema universitario italiano ti spingesse alla schizofrenia. Ma molti miei colleghi sembrano non farci più caso, e devo guardare all’estero per trovare un briciolo di normalità.

Docenti senza frontiere
Mia sorella insegna in un’università statunitense ed è contrattista come me, ma ha un ufficio e un computer tutti per lei. Non poteva credere ai miei racconti e si è offerta di spedirmi con un corriere espresso delle schede per fotocopie e della carta.

Per non parlare dei miei amici che insegnano nelle scuole di Taiwan. Secondo un rapporto dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico del 2007, la Finlandia era al primo posto nel mondo per le competenze di lettura e le conoscenze scientifiche e matematiche dei suoi studenti. Taiwan, invece, era al terzo posto. Le autorità dell’isola hanno deciso allora di rendere obbligatori gli scambi tra insegnanti taiwanesi e finlandesi, in modo da rinnovare i manuali di studio e la didattica. I miei colleghi taiwanesi, che considerano la didattica una cosa quasi sacra, vorrebbero fare una colletta per comprarmi una fotocopiatrice.

Un’altra mia amica invece vorrebbe fondare una nuova nobile associazione internazionale di cui, secondo lei, io faccio già parte: docenti senza frontiere. Un amico americano mi ha suggerito di scrivere un best seller per attirare l’attenzione sul mio lavoro. Ma, se dovessi avere successo, il numero di iscritti ai corsi potrebbe aumentare e sarebbe come scavarmi la fossa con le mie stesse mani. Un taglio dopo l’altro, quello che si riduce in brandelli è la nostra etica professionale. Capite allora quant’è difficile integrarsi per una straniera come me?