Coronavirus, una bomba sulle università del mondo. Così cambierà il sistema

Dal boom per la didattica online, alle perdite per l’isolamento della Cina. Un nuovo modo di reclutare gli studenti. Tutte le sfide per i principali atenei del Pianeta.

Fonte: Corriere.it
di Paolo Taticchi (Imperial College London, Business School)

Nelle ultime settimane appare evidente che l’emergenza sanitaria globale inizia a causare significativi impatti di natura economica. Interi Paesi e molte delle migliori università internazionali hanno focalizzato le loro strategie di recruitment ed internazionalizzazione con un focus sulla Cina. L’Unesco stima che il 17,5% degli studenti universitari cinesi studi all’estero, ovvero 928.090 (di cui oltre 320.000 negli Stati Uniti, quasi 130.000 in Australia e quasi 100.000 in Inghilterra). Nelle dieci università migliori del mondo i cinesi rappresentano in media dal 20 al 40% degli studenti. Pare quindi che a causa del boom economico della Cina, del valore della formazione internazionale, della capacità di spesa delle famiglie cinesi e della costante competizione alla crescita ed ai rankings, le università internazionali si siano dimenticate l’importanza di strategie di diversificazione e del famoso detto «Don’t put all your eggs in one basket».

Lo scompiglio
In un recente articolo pubblicato da Salvatore Babones, sociologo presso l’Università di Sydney ed esperto nelle aree dell’economia e della relazione fra Cina e Australia, si legge che «il sistema universitario australiano è l’unico settore soggetto a “rischio sistemico” nei confronti dell’epidemia, poiché le università australiane hanno una eccessiva dipendenza dal mercato cinese». Il British Council inglese ha analizzato i vari scenari di rischio ed in corrispondenza di un possibile prolungamento dell’epidemia fino ad agosto si parla di «major disruption» di tutte le attività accademiche. Il coronavirus ha il potenziale quindi di passare alla storia come il più grande disruptor del mondo dell’educazione.

Le quattro sfide
La disruption può essere riassunta in quattro aree principali di impatto: recruitment, mobilità degli studenti, esperienza degli studenti cinesi all’estero ed ovviamente problemi di natura finanziaria per gli Atenei. L’impatto economico di breve termine è quello che spaventa di più i dirigenti universitari. Infatti, il blocco all’ingresso imposto da vari stati fra cui Australia, Stati Uniti e Nuova Zelanda fa si che miglia di studenti, rientrati in Cina per il Capodanno cinese, siano bloccati nella terra-madre rischiando di non poter seguire i corsi del semestre e di conseguenza non pagare le relative rette. Il danno economico è di miliardi (cinque miliardi di euro è solo la stima fatta dal quotidiano Australian per il proprio Paese).

La didattica online
Ed è cosi che le Università di tutto il mondo, spaventate da scenari finanziari apocalittici, cercano di diventare improvvisamente flessibili permettendo agli studenti di iniziare i corsi in ritardo, spostando le date degli esami o offrendo i corsi online. Interessante notare che il coronavirus ha dato il via al più grande esperimento di online education mai visto: molte università cinesi che hanno chiuso i campus stanno insegnando i corsi online e molti studenti cinesi di atenei internazionali provano a continuare lo studio tramite le tecnologie digitali (cosa non semplice visti i numerosi blocchi web applicati dal governo cinese).

Il rebus delle iscrizioni
L’impatto sulle iscrizioni ha il potenziale di essere sostanziale per l’anno accademico 2021/22. Infatti, i principali test che gli studenti cinesi fanno per riuscire ad entrare negli atenei internazionali (Ielts, Toefl, Gre e Gmat) sono attualmente tutti sospesi in Cina. Il problema è previsto anche per le università cinesi, poiché il «Gaokao» (esame accademico che si tiene ogni anno in Cina per l’ingresso alle università locali) svolto ogni anno da dieci milioni di giovani potrebbe essere scompaginato o ritardato.

La mobilità
Interessante è anche l’impatto sulla mobilità internazionale. Le università di tutto il mondo stanno facendo rientrare i propri studenti che svolgevano periodi di studio in Cina (significativo è il costo dei rimpatri spesso a carico degli Atenei), ed i viaggi studio da/verso Cina sono tutti bloccati (con ovvie conseguenze economiche per tutti i fornitori di questo tipo di esperienze). Infine, non da trascurare, è l’impatto emotivo a cui sono soggetti tutti gli studenti cinesi in questo momento in un altro paese (ed a partire da questi giorni probabilmente anche gli studenti italiani). Ed è per questo motivo che le grandi Università, come ad esempio l’Imperial College di Londra, stanno attivando servizi di supporto dedicati che mirano a fornire indicazioni chiare, supporto psicologico e flessibilità sui piani di studi. Come andrà a finire dipenderà da molti fattori, fra cui la durata dell’epidemia e l’estensione del contagio su scala internazionale. Di sicuro, le università internazionali dovranno rivedere le proprie strategie di recruitment al fine di essere più resilienti in questo tipo di situazioni imprevedibili che fanno parte della complessità di un mondo globale dove i paesi ed i sistemi economici sono altamente interconnessi. L’impatto sugli atenei italiani è tutto da valutare, ma di certo lo stop delle attività in varie regioni è solo la prima delle sfide che seguiranno.