Buona reputazione per l’Università italiana ma è necessario investire

40 atenei italiani su 100 sono tra i primi 1000 del pianeta, quindi quasi uno su due, contro il solo 8% di quelli francesi statunitensi e cinesi.

Fonte: Lincontro.news
di Liliana Perrone

L’Università italiana ha salvato la reputazione del nostro Paese. Chi l’avrebbe detto che i nostri atenei sono tra i migliori del mondo? Lo ha stabilito la ricerca – incentrata questo anno sulla valutazione della reputazione internazionale degli atenei italiani dopo studi degli anni passati sul turismo e sulla giustizia civile – di Italiadecide in collaborazione con Intesa Sanpaolo che finalmente ha sfatato il luogo comune secondo il quale le Università straniere sono meglio di quelle italiane: 40 atenei italiani su 100 sono tra i primi 1000 del pianeta, quindi quasi uno su due, contro il solo 8% di quelli francesi statunitensi e cinesi.

La ricerca, curata da Domenico Asprone, Pietro Maffettone e Massimo Rebecchi, è stata presentata a Milano dal presidente dell’Associazione Italiadecide Luciano Violante e dal Presidente di Intesa Sanpaolo Gian Maria Gros Pietro e ha portato a questi risultati attraverso l’elaborazione dei dati risultanti dai rankings internazionali QS e THE che hanno considerato le circa 20.000 Università del mondo.

L’Università italiana ha quindi superato l’esame per la qualità della sua didattica e ricerca, posizionandosi tra il migliore 5% dell’intero sistema universitario mondiale, ma non proprio a pieni voti: nessun ateneo nazionale risulta tra i primi 100  – e neppure tra i primi 200 – anche se, bisogna ricordare, i parametri della ricerca penalizzano l’Italia in quanto vengono considerati i singoli atenei (in testa la scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, seguita dalla Scuola Normale Superiore della stessa città e poi dall’Università di Bologna) e non il sistema universitario nel suo complesso.

Dallo studio emergono, innegabilmente, alcune criticità.  La prima consiste nelle scarse risorse economiche impiegate, decisamente inferiori ad altri Paesi. In Italia è anche assai basso il tasso di istruzione terziaria, sebbene la domanda di istruzione sia in netta crescita. Vi sono meno atenei per numero di abitanti: circa la metà rispetto agli altri Paesi europei e circa un terzo rispetto agli Stati Uniti. Il corpo docente non è sempre arruolato con metodi competitivi e l’età media è alquanto elevata: più della metà è over 50 (mentre in Germania lo è solo un quarto) con rare eccezioni di under 30 (fonte Ocse). Anche la macchina amministrativa non brilla per efficienza nel supportare la ricerca e l’attività didattica.

E riguardo l’internazionalizzazione degli atenei italiani?

La ricerca evidenzia che ormai è divenuta una priorità strategica all’interno della formazione terziaria nazionale, in quanto l’internazionalizzazione è un mezzo per raggiungere i fini e gli scopi attribuiti a una buona Università. Essendo la competizione anche nazionale e interna ormai globalizzata, non si può più prescindere da una ricerca, promossa da un interscambio di idee e prospettive, necessariamente anch’esse globalizzate. Diventa quindi opportuno allargare il pool di studenti e di docenti che studiano e lavorano nelle Università per accrescere la qualità della vita intellettuale degli atenei italiani.

Concludendo, dalla ricerca emerge un chiaro messaggio: le basi sono buone, ma occorre rafforzare la macchina amministrativa degli atenei (al fine di diminuire gli oneri amministrativi per il personale accademico) e sono necessarie più risorse finanziarie da investire. Vi è bisogno di maggior visibilità e occorre, anche tramite un’adeguata politica di marketing, sponsorizzare il “marchio Italia” dei nostri atenei, con il duplice obiettivo sia di trattenere discenti e docenti, sia al fine dell’internalizzazione del recruitment di nuovi studenti, considerata la sempre più crescente domanda di alta formazione proveniente dai Paesi emergenti quali Africa, Asia e Medioriente.

Fortunatamente – e questa è davvero una bella notizia – è previsto un netto aumento della domanda di formazione terziaria, a livello globale: nel 2100 si prevede che vi saranno nel mondo ben 3 miliardi di persone in possesso del titolo universitario contro gli 800 milioni attuali (fonte IIASA) e che nel 2030 quasi un laureato su due   nel mondo sarà cinese o indiano (fonte Ocse).