Il libro nero della ricerca in Italia: finanziamenti bassi e ricercatori quasi cinquantenni

La Francia ci supera negli accrediti Ue utilizzati. E il premier Conte annuncia: "In Legge di bilancio l'Agenzia nazionale della ricerca".

Fonte: Repubblica.it
di Corrado Zunino

Per la ricerca scientifica l'Italia versa all'Europa il 12,8 per cento del bilancio complessivo dei cosiddetti Programmi quadro. Ottiene in contropartita finanziamenti solo per l'8,7 per cento: siamo in credito di un quarto delle risorse, e questa è cosa antica. La novità è che, oltre alla distanza dai Paesi storicamente più virtuosi - la Germania riceve il 16,4 per cento dei finanziamenti totali, il Regno Unito il 14, la Francia il 10,5 -, ora si avvista il sorpasso della Spagna. Nel primo triennio del terzo Horizon 2020 (il programma scientifico europeo che va dal 2014 al 2017), Madrid ha avuto il 9,8 per cento dei finanziamenti europei. Un punto abbondante meglio di noi. L'Olanda, l'esempio più efficace in Europa, prende il quadruplo di quel che versa.

La "Relazione sulla ricerca e l'innovazione in Italia", a cura del Consiglio nazionale delle ricerche e segnatamente dei professori Daniele Archibugi e Fabrizio Tuzi, ricorda al Paese, e al presidente del Consiglio Giuseppe Conte presente nell'Aula Convegni del Cnr, gli affanni e la mancanza di progettazione scientifica del nostro Paese. La relazione mette in evidenza, per esempio, che sì, le distanze dai tre leader europei sono legate al minor numero di ricercatori insediati in università ed enti, distanza che persiste, ma la Spagna ha meno studiosi di noi, eppure ottiene più fondi. Ancora, il tasso di successo dei progetti presentati a Horizon 2020 è stato fin qui pari al 7 per cento quando la media Ue è del 13, quasi il doppio. La media. Allora?
Dicevamo il numero di ricercatori italiani: dal 2005 al 2016 sono cresciuti di 60 mila, ma la quota sale solo nelle industrie private. Sono ormai 72 mila contro i 78 mila (stazionari) delle università. Negli Enti pubblici di ricerca sono in tutto 29 mila.

Università, l'età media dei docenti è 49 anni

Pochi finanziamenti, arruolamento faticoso e frammentato hanno prodotto un invecchiamento strutturale dei ricercatori italiani. L'età media dei docenti nelle università è 49 anni, nelle istituzioni pubbliche è di 46: l'incidenza dei professori ultracinquantenni è superiore al 50 per cento, ben più elevata di quella dei nostri partner europei. Gli assegnisti di ricerca, la classe più precaria in questo segmento decisivo per la salute economica e culturale dell'Italia, sono quasi il 20 per cento dei ricercatori nelle università e addirittura un quarto negli enti di ricerca: "Il recente Decreto Maida, con le sue stabilizzazioni del personale, ha comunque contribuito a ringiovanire il Cnr e gli altri enti a carattere scientifico".

La spesa in Ricerca e Sviluppo in quattordici anni è passata dall'1 per cento del Pil all'1,4. La media Ue è del 2 per cento. Le gare pubbliche nell'ambito R&S sono solo lo 0,15 per cento del totale dei beni e servizi acquistati dalla pubblica amministrazione: 178 milioni di euro contati nel 2018. "Basterebbe salire all'1 per cento", spiega la relazione, "per portare la quota degli appalti nel settore a un valore di 1,35 miliardi". Servirebbe, ecco, un Piano nazionale di procurement d'innovazione. Il rapporto tra spese in Ricerca e Sviluppo e il Prodotto nazionale lordo è in lieve crescita, ma l'investimento pubblico "si è arrestato".

Il coraggio dei ricercatori

Sul piano delle pubblicazioni, la risposta dei ricercatori è, sostiene il lavoro, "coraggiosa". La comunità scientifica italiana, nonostante le incertezze istituzionali, produce il 5 per cento dei lavori mondiali con un numero di citazioni che nel biennio 2017-2018 hanno rappresentato l'1,4 per cento globale. Questa produzione è paragonabile a quella della Francia, che ha un numero di ricercatori decisamente superiore. Resta marginale, anche se in crescita, l'aliquota dei brevetti depositati (il 2,52 per cento del totale mondiale). Il saldo commerciale nell'alta tecnologia è sempre in deficit (4 miliardi di dollari), ma è meno rilevante nell'ultimo decennio. I settori high-tech di punta, in Italia, sono l'automazione industriale e la farmaceutica. "Cambiano i governi, ma da trent'anni le politiche dei governi nei confronti della scienza italiana restano depressive", ha chiuso la relazione Daniele Archibugi.

Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha commentato: "La scienza italiana ha un buon prestigio, in alcune aree un ottimo prestigio, in particolare nel campo delle scienze chimiche e biologiche, in Medicina e Ingegneria, ma la nostra debolezza nelle risorse è storica. Dobbiamo incoraggiare il finanziamento integrato pubblico-privato. Con la prossima Legge di bilancio nascerà l'Agenzia nazionale per la ricerca e coordinerà l'attività degli enti pubblici e degli istituti privati che perseguono l'innovazione. Daremo indicazioni sugli interessi strategici del Paese e favoriremo l'internazionalizzazione del mondo universitario".

Il ministro dell'Università e della ricerca, Lorenzo Fioramonti, ha detto: "Il sorpasso della Spagna dà imbarazzo. Dobbiamo arrivare al tre per cento di investimenti, in rapporto al Pil, in Ricerca e Sviluppo. Non dobbiamo immaginare un sistema all'americana con dieci università d'eccellenza e il resto spazzatura, il nostro modello è quello tedesco: una buona ricerca diffusa in tutto il Paese". Il presidente del Cnr, Massimo Inguscio, in apertura di presentazione aveva detto: "L'innovazione scientifica porta beneficio agli esseri umani e anche democrazia". Gaetano Manfredi, presidente della Conferenza dei rettori: "Il sistema scientifico italiano è piccolo e poco finanziato, servono duemila ricercatori assunti, con puntualità, ogni anno".