militanteScienziati divisi e repubblicani all’attacco: «Le tecnologie verdi? Un lusso per pochi»

Fonte: La Stampa
di Maurizio Molinari

Sono 175 o 1539 dollari? È attorno a questi due numeri che si sta consumando lo scontro al Senato di Washington sui costi per famiglia conseguenti a una drastica riduzione delle emissioni nocive nell’atmosfera, destinata ad avere un impatto simile anche negli altri Paesi più industrializzati.

A sostenere la tesi di un aumento medio «fra i 900 e i 1.539 dollari» delle spese di un nucleo famigliare di quattro persone è lo studio reso pubblico dal partito repubblicano in risposta alla decisione dell’Agenzia per l’ambiente di dichiarare «nocive per la salute umana» le emissioni di gas serra. La valutazione del «danno economico» è frutto della somma di più analisi sui costi fissi che deve molto al contributo di John Reilly, direttore del «Joint Program on the Science and Policy of Global Change» del Mit, secondo il quale entro il 2020 «le spese per l’elettricità aumenteranno del 50% e quelle per la benzina del 26%».

Sul fronte opposto ci sono le stime rese pubbliche dalla Casa Bianca e dall’Ufficio bilancio del Congresso che concordano su un «aumento di 175 dollari per famiglia», ovvero circa mezzo dollaro al giorno, con picchi in estate e in inverno quando si consuma più energia. Lo scontro di cifre tiene banco al Senato perché è sulle conseguenze dell’impegno del presidente Barack Obama di tagliare le emissioni a partire dal 2010 del 17 per cento rispetto ai livelli del 2005, con l’obiettivo di arrivare alla riduzione dell’83 per cento entro il 2050 invocata dall’Unione Europea.

La discrepanza di cifre si spiega con il fatto che, secondo il legale Scott Segal che difende a Washington gli interessi delle aziende che emettono gas serra, «ogni previsione in materia prevede un limite massimo e un limite minimo di spese e la Casa Bianca calcola sempre e solo quelli più bassi». Ad avvalorare tale tesi sono una raffica di studi in arrivo dal settore privato - dai trasporti all’alimentare fino ai casalinghi - secondo cui vi saranno aumenti a pioggia a causa dei rincari di elettricità conseguenti all’obbligo da parte delle fabbriche di impiegare nuove costose tecnologie.

Ma Michael Oppenheimer, docente di geoscienza all’Università di Princeton, ritiene tale scenari «poco aderenti alla realtà» perché «ciò a cui assisteremo sarà un milione di piccoli cambiamenti» che ci porteranno «a mutare abitudini e spendere in maniera diversa il nostro denaro» a cominciare da una drastica riduzione dei costi della salute «perché le malattie respiratorie e cardiovascolari sono destinate a diminuire assieme alla presenza di gas nocivi nell’atmosfera». Il dibattito sui costi tiene banco anche in Europa perché uno studio della società McKinsley pubblicato in Germania prevede costi aggiuntivi per l’intera Unione Europea per la considerevole cifra di 1,1 trilioni di euro, 310 milioni dei quali - aggiunge un rapporto Deloitte pubblicato sul «Manager Magazin» - andrebbero a ricadere sulla sola Germania.

«Il dibattito sulle cifre accompagnerà i lavori della conferenza di Copenhagen e si protrarrà in seguito - prevede Graciela Chichilnisky, economista del clima della Columbia University - perché qualsiasi cosa noi facciamo o acquistiamo, a cominciare dal cibo, ha a che vedere con energia e clima». La ragione è che le tecnologie necessarie per ridurre le emissioni di diossido di carbonio da impianti industriali e vetture comportano l’aumento dei costi di «tutti i prodotti in circolazione - sottolinea Chichilnisky - mentre l’economia del Pianeta è in una fase di recessione».

Jae Edmonds, dell’Istituto di ricerca sul clima dell’Università del Maryland, fa la seguente previsione: «Nel momento stesso in cui aumenteremo il costo delle emissioni, questo si ripercuoterà sui consumatori». Ma anche non fare nulla costa, obietta il Consiglio per le ricerche di Washington, secondo cui le spese dovute ai cambiamenti climatici ammontano annualmente - negli Usa - a 120 miliardi per la salute e 350 miliardi per i danni ambientali.