switch offIl primo giorno dello switch off nella Capitale non è stato un successo: qualcuno ha sottovalutato gli allarmi

Fonte: Europa Quotidiano
di Gianni Del Vecchio

Hanno lavorato per tutta la giornata i tecnici della televisione, senza tuttavia trovare una soluzione: la Rai, Mediaset e La7 non si vedono più. La casa in questione non è quella di un pensionato né di una famiglia qualsiasi ma una leggermente più importante: Palazzo Chigi, dove da alcuni giorni il premier Berlusconi oltre che lavorarci ci abita pure.
Il singolare episodio che ha coinvolto niente meno che il presidente del consiglio rende bene l’idea di cosa è stato lunedì 16 novembre per i romani. Ieri infatti c’è stato il tanto temuto switch off, il passaggio completo dall’analogico al digitale terrestre.
Chi abita nella capitale e provincia non potrà più guardare la televisione senza il decoder o un televisore con ricevitore integrato. Il primo giorno dello spegnimento della tv come l’abbiamo conosciuta finora è filato tutt’altro che liscio. Basta contare il numero di chiamate arrivate al numero verde predisposto dal ministero dello sviluppo economico: alle tre di pomeriggio, a poche ore dal passaggio, il contatore aveva passato quota 46mila. Allo stesso modo sono esplose le chiamate agli antennisti e ai tecnici tv. «Una ogni mezzora », secondo il responsabile di un laboratorio di Monte Mario.
Certo, la maggior parte dei problemi segnalati riguarda la scarsa dimestichezza degli italiani con il decoder e la tecnologia digitale in generale.
Quasi il 90 per cento delle telefonate infatti veniva da persone, soprattutto anziani, che chiedevano informazioni per la sintonizzazione dei canali, procedura necessaria per poter accedere a Rai, Mediaset e le altre. Digital divide fra generazioni, quindi, ma anche scarsa informazione da parte del governo, come denunciato dall’Aiart, associazione di telespettatori, e dai consumatori di Adoc e Codacons, con questi ultimi che addirittura hanno rivendicato la necessità di posticipare lo switch off.
Ma se le difficoltà di anziani e allergici alla tecnologia sono facilmente superabili, non è così per quel dieci per cento di telefonate che hanno segnalato al ministero difficoltà di ricezione. Legate per lo più all’antenna: fili logori, impianto vecchio o semplicemente da riorientare. Visto che la provincia di Roma conta circa 4 milioni di abitanti, si può quindi agevolmente calcolare che 400mila persone resteranno nei prossimi giorni senza televisione. Almeno fino a quando non arriverà l’antennista a risolvere il problema. Ma la cosa che più sorprende è che tutti (parlamentari, governo, emittenti tv) sapevano dei disagi per un numero così alto di romani. Il Corecom Lazio già a maggio aveva diffuso uno studio fatto dall’università La Sapienza che segnalava il rischio: sulla base di ciò che è successo in Sardegna, si legge nel report, «si prevede che fra il 10 e il 25 per cento del parco antenne potrebbe necessitare di un intervento». E lo stesso presidente di DGTVi, il consorzio di broadcaster responsabili della transizione alla nuova tecnologia, ammette di aver messo in conto queste difficoltà, seppur con numeri diversi.
«In tutta Europa si calcola attorno al 4 per cento il numero di interventi sulle antenne – dice Andrea Ambrogetti. Si tratta di situazioni vicine alla fatiscenza e il digitale è anche un’occasione di modernizzazione». Peccato che la “modernizzazione” sarà tutta a carico dei romani oggi e del resto d’Italia entro il 2012. In media la tariffa dell’antennista, stima il Corecom, va dai 50 euro per la risintonizzazione fino a circa 200 euro per il montaggio di un impianto nuovo. Soldi ovviamente da aggiungere all’acquisto del decoder, che oscilla dai 35 ai 120 euro.