Facebook nella bufera, anche la direttrice Sandberg rischia il postoTutti i posti, tranne quello di Zuckerberg, sono in discussione. Il fondatore del social network aveva liquidato il furto dei profili social come una «sciocchezza». Ora il Congresso americano e il parlamento britannico vogliono chiederne conto al fondatore

Fonte: Corriere della Sera
di Giuseppe Sarcina, corrispondente da Washington

La crisi di Facebook ha già fatto saltare il primo dirigente di rilievo, Alex Stamos, responsabile per la sicurezza dei dati. Secondo le indiscrezioni riportate dai media americani si dimetterà entro agosto, anche se il diretto interessato, ieri 19 marzo, ha twittato: «Nonostante le voci, io rimango pienamente impegnato nel mio lavoro a Facebook». Lo stesso Stamos, però, riconosce che le sue «funzioni» sono cambiate all’interno dell’azienda e che, da almeno due anni, le sue sollecitazioni a prestare più attenzione alle manovre di disturbo dei russi non sono state accolte dal vertice. E in Facebook le figure che contano sono due. La prima, naturalmente, è quella del fondatore Mark Zuckerberg; l’altra è Sheryl Sandberg, la direttrice generale. Si può immaginare Facebook senza Zuckerberg? Chiaramente no. Ma tutti gli altri, adesso, sono in discussione, compresa Sandberg.

La «piccola sciocchezza»

Il New York Times scrive che l’azienda sta sondando i pareri dell’opinione pubblica sulla manager: evidentemente il danno di immagine è notevole. La storia di Cambridge Analytica va a intaccare il capitale più prezioso del Social: la fiducia degli utenti. La piccola società fondata da Steve Bannon e finanziata con i soldi del miliardario Robert Mercer aveva creato la app Thisyourdigitallife. L’ideatore è il neuropsicologo Aleksandr Kogan. Circa 270mila navigatori di Facebook l’hanno scaricata, accettando più o meno consapevolmente di liberare l’accesso ai propri dati personali e a quelli degli amici in rete. Risultato: 51 milioni di profili sottratti dal Social, senza il consenso esplicito delle persone coinvolte, da utilizzare per convogliare i messaggi mirati del comitato elettorale di Donald Trump. Stamos, arrivato nel 2015 da Yahoo, fin dal 2016 aveva messo in guardia il vertice aziendale. Si è scontrato prima con l’ufficio legale e poi, direttamente, con Sandberg. Nel frattempo, crescevano i sospetti sulle interferenze nella campagna elettorale di hacker legati al Cremlino. Anche in questo caso Stamos aveva dato l’allarme. Ma fu lo stesso Zuckerberg a liquidare la questione nell’autunno del 2016, come «una piccola sciocchezza».

L'audizione

E ora eccoci qui con la «piccola sciocchezza» che è diventata una tempesta in grado di far crollare le quotazioni finanziarie e la credibilità di Facebook. Il Congresso americano e il parlamento britannico vogliono chiederne conto al fondatore. La vicenda è anche un filone importante dell’inchiesta del Super procuratore Robert Mueller sul Russiagate, l’ipotesi di collusione tra il clan di Trump e il Cremlino. Il 30 e il 31 ottobre 2017, in un’audizione davanti alla Commissione Affari giudiziari e Intelligence del Senato, Colin Stretch, «general counsel» di Facebook. Rivelò che circa 126 milioni di americani avevano letto «post» con contenuti aggressivi, divisivi, pubblicati sul Social. Materiale diffuso da account di varia provenienza, «entità russa» e corsari come la Cambridge Analytica. «Siamo determinati a fare tutto ciò che possiamo per far fronte a questa minaccia», commentò Stretch. Ma oggi sappiamo che i dirigenti di Facebook erano più divisi che «determinati».