Poca rotazione di docenti e flessibilità limitata, l’Università è in ritardoL’offerta di laureati Ict che non tiene il passo della domanda, la scarsa diffusione delle competenze digitali di base, l’assenza di flessibilità nei percorsi didattici e il mancato inserimento di nuove leve nel parco docenti

Fonte: la Repubblica

È sufficiente chiudere qua la lista dei limiti strutturali e dei problemi storici per rendersi conto di quale sia il contesto che sta accompagnando le università italiane agli albori della nuova economia 4.0. Le difficoltà dei nostri atenei sono figlie di un passato ricco di errori, temporeggiamenti e rinvii. Non bisogna però farsi prendere dalla tentazione di guardare al passato mirando ai colpevoli anziché ai problemi. Un esercizio che ha già penalizzato abbastanza le nuove generazione e che è bene lasciare agli specialisti dello scarica barile. L’urgenza di dotare i giovani delle competenze necessarie per competere nell’era della trasformazione digitale è testimoniata da tanti numeri. Da quelli dell’Osservatorio sulle competenze digitali 2017, che segnala il gap tra domanda e offerta di laureati Ict nonché la dispersione di chi intraprende percorsi orientati al digitale. A quelli dell’Ocse sull’educazione in Italia, che rilevano una generale moria di adulti laureati (il 18% fra i 25 e i 64 anni, la metà della media dei Paesi industrializzati) e alcuni problemi specifici, come la bassa quota di laureati in dipartimenti scientifici (25%) o la percentuale di chi sceglie facoltà con scarsi sbocchi lavorativi (30%). E si potrebbe continuare con altri studi. La domanda sorge spontanea. Offerta, ricerca, orientamento, didattica: dove stiamo sbagliando?

I fronti aperti sono tanti. «La domanda di specialisti è in crescita a ritmi non semplici da tenere. Le università scontano un naturale problema di latenza dettato, da un lato, dall’impossibilità di formare uno specialista in pochi giorni, e dall’altro, dall’estrema rapidità della trasformazione digitale — sottolinea Gaetano Manfredi, presidente della Conferenza dei rettori delle università italiane (Crui) e rettore dell’Università degli Studi di Napoli Federico II — Abbiamo innanzitutto bisogno di un’ampia diffusione delle competenze digitali di base che accorciano i tempi di risposta e rendono possibile una formazione continua». A questo, aggiunge Manfredi, si accompagna poi un necessario avvicinamento dei ragazzi e ragazze alle cosiddette discipline Stem (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica). A pesare oggi sulla bassa quota di studenti che frequenza questo tipo di corsi, sottolinea il presidente della Crui, è soprattutto il “ritardo sulla formazione scientifica nelle scuole che penalizza la preparazione logica e matematica, scoraggiando le iscrizioni alle facoltà scientifiche per timore di essere impreparati ad affrontarle”. La crescita delle iscrizioni alle facoltà Stem comunque c’è, per quanto non ancora troppo sostenuta. Ma, avverte Manfredi, c’è bisogno di altro: «Abbiamo bisogno di un piano nazionale che orienti i ragazzi verso le scelte migliori, perché la vera partita si gioca sull’integrazione tra le politiche di formazione e le politiche industriali ». Ed è qua che entra in gioco il rapporto con tra le università e le aziende, che sembra poggiare su un’apertura reciproca senza precedenti. «C’è una spinta forte verso un’integrazione che sia di supporto agli studenti — conferma Manfredi — Abbiamo però bisogno di orientare questo scambio con intelligenza ». È necessario, ribadisce il presidente, non fermarsi alla specialità ma includere anche la formazione di base: «È fondamentale per consentire una formazione continua post-università e contrastare l’obsolescenza delle competenze specialistiche». Questa prospettiva è la stessa che sta guidando la creazione dei centri di competenza previsti dal piano Impresa 4.0, che coinvolgono attivamente gli atenei: «È un modello che ha il pregio di unire forze diverse per affrontare l’urgenza della riqualificazione. Formare chi lavora è importante quanto formare chi lavorerà». Non esiste comunque alcuna bacchetta magica, specialmente nelle università. Ecco perché è fondamentale tracciare oggi le rotte migliori per domani. Ad esempio, decidere se l’integrazione delle nuove competenze nella formazione universitaria debba passare dall’inserimento di insegnamenti specifici nei corsi o dalla creazione di nuove lauree. Su questo aspetto Manfredi non ha dubbi («Credo che sia più opportuno creare percorsi specifici perché le competenze digitali sono trasversali »). In ogni caso, non si riduce tutto ai singoli corsi. Restano infatti aperte ulteriori questioni, come l’aggiornamento della didattica e l’età del parco docenti. «La trasformazione digitale deve coinvolgere anche la didattica, sia nei metodi sia negli strumenti. C’è poi il problema della “vecchiaia” degli atenei dovuta delle mancate assunzioni. Spero che si attuino delle serie politiche di reclutamento di nuovi docenti e assunzione di ricercatori — auspica il presidente della Crui — che aiuterebbero pure a rimpatriare tante ottime competenze che hanno lasciato il Paese». E infine l’introduzione di semplificazione e flessibilità nei percorsi formativi: «È un passaggio fondamentale — conclude il presidente — Non possiamo pensare di governare la rivoluzione digitale con la rigidità di logiche antiche».