matematicaAnche l'editoria punta sui numeri: "Titoli ispirati a quel mondo per vendere di più"

Fonte: La Stampa
di Andrea Rossi

D’accordo, l’America è lontana. Molto lontana. Qui non c’è Barack Obama, capace di consacrare il «Pi Day» (giorno del “P greco”) festa nazionale per «incoraggiare i giovani allo studio della matematica». Cade ovviamente il 14 marzo (3/14 secondo la numerazione anglosassone: prima il mese e poi il giorno), celebrazione della Costante di Archimede (3,14, appunto), il rapporto tra circonferenza e diametro di un cerchio. Da noi non ci sono feste nazionali, ma da qualche tempo un flusso quasi sotterraneo, che anno dopo anno s’ingrossa: la rivincita della matematica.

I primi ad accorgersene sono stati gli editori, e non soltanto per via di certi casi editoriali come La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano (dottorando in Fisica a Torino, tra l’altro). «Alcune parole, piazzate nei titoli, fanno vendere di più. Una è “matematica”», racconta Stefano Mauri, presidente del gruppo editoriale Mauri Spagnol, che guida 15 case editrici. «Un volume con questi riferimenti solitamente è fortunato». Libri come Teorema del pappagallo di Denis Guedj o Le cinque equazioni che hanno cambiato il mondo di Michael Guillen hanno fatto fortuna. Eppure eravamo all’inizio del 2000, l’ora del grande declino. Mentre Ron Howard dirigeva A Beautiful Mind (quattro premi Oscar), storia del Nobel per la Matematica John Nash, l’Italia ne scopriva la crisi: meno 43 per cento nelle immatricolazioni all’Università rispetto al 1989 (da 3 mila a 1700), meno 55 per Fisica e meno 63 per Chimica. Un’ecatombe.

Oggi la rivincita passa proprio dall’Università: quest’anno gli immatricolati ai corsi in Matematica sono stati quasi 4 mila, poco meno di 3 mila a Fisica e 3500 a Chimica. Siamo tornati ai livelli degli anni Ottanta. Di più, li abbiamo superati. E gli scenari cupi che persino la Banca d’Italia delineava dieci anni fa fanno meno paura. «Il programma d’incentivo delle lauree scientifiche, voluto nel 2004 dal governo in accordo con le università e Confindustria, ha funzionato», spiega Alberto Conte, preside della facoltà di Scienze all’Università di Torino, città avamposto del boom: da 62 a 180 matricole a Matematica tra il 2000 e il 2009, da 100 a 194 a Fisica e da 90 a 242 a Chimica. Oltre dieci milioni di euro investiti per una massiccia campagna di sensibilizzazione, borse di studio e agevolazioni hanno dato i frutti sperati. Ma soprattutto ha influito una sorta di rivoluzione culturale: «Dopo Cernobyl la scienza ha subito un pauroso contraccolpo, una presa di distanze quasi emotiva», dice Conte. I disastri ambientali; la paura della genetica e i conflitti etico-religiosi. Chi si laureava vedeva di fronte a sé soltanto la prospettiva di una cattedra, impiego poco pagato e ancor meno considerato. Si rischiava di perdere due generazioni: la scuola avrebbe dovuto importare docenti, certa industria avrebbe dovuto ricorrere a personale straniero.

Il mondo, ora, si è ribaltato. «Si parla di sviluppo sostenibile. La scienza, oggi, deve salvare la terra», spiega Conte. «E nell’immaginario collettivo sta venendo meno una certa concezione caricaturale dello scienziato», racconta Marcello Cini, una vita trascorsa a insegnare Fisica teorica e quantistica a La Sapienza di Roma. Oggi i matematici si sporcano le mani. «C’è una vasta gamma di applicazioni: dall’analisi statistica alla finanza. I laureati trovano lavoro nelle banche, nelle assicurazioni, nel pubblico impiego. E spesso le aziende preferiscono un laureato in Matematica con un minimo di formazione economica a un laureato in Economia», spiega Nicola Fusco, ordinario di Analisi matematica alla Federico II di Napoli.

La diffidenza sembra vinta. La crisi radicalizza la tendenza a scegliere i corsi universitari che sembrano garantire più sbocchi. «Come Paese continuiamo a scontare una certa arretratezza scientifica - sostiene Cini - I test internazionali lo segnalano da tempo». Però matematica, fisica e chimica - con tutte le loro implicazioni e ricadute - affascinano. Nel mondo accademico c’è anche chi storce il naso di fronte a questa ibridazione. Il professor Fusco, invece, parla di «Paese schizofrenico, che predica l’importanza delle scienze e poi spesso costringe chi decide di studiarle per mestiere a lasciare l’Italia».

Per chi da oltre trent’anni insegna in Università è una ferita. «Mi trovo a dover consigliare ai migliori dei miei studenti di emigrare. E’ avvilente. Oggi le Università di mezzo mondo sono piene di giovani scienziati italiani. Lo Stato spende per formarli e poi se li lascia scappare».