parlamento«Un'occasione fondamentale per più versi irripetibile»: ha ragione il rettore della Statale di Milano, Enrico Decleva, a definire con queste parole il disegno di legge elaborato dal ministro Gelmini e approvato mercoledì dal Consiglio dei ministri

Fonte: Corriere della Sera
di Ernesto Galli Della Loggia

Per la prima volta da decenni si affronta la questione dell'università nel suo complesso e in modo organico, delineando una prospettiva riformatrice a 360 gradi.

Sono tre i nodi decisivi su cui il progetto innova profondamente. Il primo è rappresentato dalla questione della governance ovvero, per far capire a tutti, la questione di chi e come governa gli atenei. Sacrosanto appare, da questo punto di vista, limitare a otto gli anni in cui rimangono in carica i rettori, per impedire la nascita di poteri a vita, di fatto monarchici; altrettanto opportuno rendere il loro ruolo più incisivo e autonomo sottraendolo alla continua mediazione (sempre anticamera di inefficienza) con le corporazioni interne di ogni tipo. A questo stesso ordine di buoni propositi appartengono anche le disposizioni volte a limitare la proliferazione inconsulta di facoltà, sedi e corsi di laurea.

Secondo nodo, il reclutamento dei docenti. Per quelli più anziani viene posto fine allo scandalo dei concorsi su base locale compiacentemente ad personam, e viene istituita per ogni raggruppamento di materia una lista di idoneità a numero limitato, decisa su base nazionale, da cui le singole facoltà dovranno attingere per le chiamate dei docenti. Per i ricercatori all'inizio della carriera, invece, si abbandona il sistema attuale di una immediata e definitiva immissione nei ruoli stabilendosi opportunamente un periodo di sei anni di «prova», solo se si supera il quale, in seguito a un giudizio anche questo nazionale, si entra poi in ruolo come docenti a pieno titolo.

Il terzo nodo che il disegno di legge Gelmini affronta è quello dello statuto dei professori ordinari. Qui la principale novità consiste in primo luogo nella possibilità di sottoporre a una verifica la loro produzione scientifico-culturale nonché l'adempimento effettivo dei loro obblighi didattici; in secondo luogo l'introduzione, finalmente, di una retribuzione almeno in parte modulabile a seconda del merito. D'ora in poi un premio Nobel e un docente assenteista e fannullone cesseranno di ricevere il medesimo stipendio.

Tutto perfetto dunque? Per carità. Ma perfettibile, ed è questo ciò che conta. Dal momento che, con una scelta di cui non può sfuggire il valore politico, il ministro e il governo hanno scelto saggiamente la via del confronto parlamentare, ed è dunque nel corso di questo confronto che sarà possibile introdurre gli eventuali, necessari, aggiustamenti. Per esempio, a giudizio di chi scrive, calibrare meglio il potere forse eccessivo dato ai rettori, valutare meglio l'opportunità della presenza di interessi extra-universitari all'interno del consiglio di amministrazione, precisare il meccanismo delle idoneità. Ma ripeto, di ciò ci sarà modo di discutere in Parlamento con il contributo di tutti.