Università, non solo raccomandati. Anche i figli di nessuno ce la fannoLa storia di Paola Zuccolotto, docente di Statistica a Brescia: «Ho iniziato a studiare a 4 anni e non ho più smesso. Ho lavorato sodo ma ce l’ho fatta. E come me siamo migliaia. Il problema dell’università non sono i raccomandati, ma la scarsità di fondi e di posti»

Fonte: Corriere della Sera
di Paola Zuccolotto (Professore Associato di Statistica presso l’Università di Brescia)

Racconta mia mamma che a 4 anni mi svegliavo la mattina e, invece che giocare con le bambole, mi sedevo al tavolo e iniziavo a fare scarabocchi su un quaderno. «Devo studiare», dicevo, sbirciando invidiosa mio fratello maggiore che, fortuna sua, già andava a scuola. Il tempo della scuola è arrivato anche per me e l’ho vissuto serenamente ottenendo sempre, alla chiusura di ogni ciclo scolastico e universitario, il massimo dei voti. Ho lavorato sodo ma non ho fatto fatica, semplicemente perché a me studiare piaceva molto. Continuare a farlo dopo l’università, nel campo della ricerca scientifica è stata una scelta quasi naturale. Quindi non sono qui a raccontare quanto sono stata brava, detesto l’arroganza di chi crede di meritare qualcosa, e neppure a vantarmi di quello che sono riuscita a ottenere. Anzi, sono qui per dire che come me ce ne sono tanti. Tantissimi. Migliaia. Studenti modello che hanno attraversato la scuola e l’università a pieni voti, che poi hanno tentato la strada difficile, anzi difficilissima, della carriera universitaria. Rinunciando a vie più veloci e meglio remunerate, accettando l’incertezza del percorso, scacciando gli incubi delle storie paurose secondo cui «se sei figlio di nessuno non ce la farai mai».

Figli di nessuno che poi ce l’hanno fatta. E di cui nessuno parla. Mai. Si parla di cervelli fuggiti all’estero, che là hanno fatto grandi cose. Persone che stimo molto, scelte difficili, giustamente premiate. Si parla di altri che, dopo averci provato, non ce l’hanno fatta e si sono dovuti ritirare. Storie tristi, comprendo la delusione. Però sembra sempre che al posto di questi cervelli fuggiti o di questi ricercatori mancati ci sia un laido raccomandato sfaccendato che ha rubato a un altro il posto che gli spettava di diritto. Questo siamo noi, gli ex studenti modello che oggi ce l’hanno fatta? Quelli che, in un certo momento, hanno scelto di rimanere nel loro Paese perché hanno sentito che c’era bisogno di loro qui e non altrove? Quelli che hanno affrontato la burrasca come tutti gli altri e sono riusciti a guadagnare la riva? Quelli che ogni giorno tirano avanti la baracca facendo i conti con i tagli alla ricerca, con una burocrazia soffocante, con una classe politica che anziché difenderli, nutre l’opinione pubblica di rancore nei loro confronti?

Paradossi della demagogia: se sei fuori sei un genio messo in fuga, se sei dentro sei automaticamente un inutile raccomandato. Il vero problema non sono le raccomandazioni e i baroni (specie in via di estinzione, ci credereste?) ma i tagli alla ricerca, le risorse ogni anno sempre più scarse, il precariato fino a oltre 40 anni, i meccanismi che allontanano le persone dopo un certo numero di anni anche se hanno lavorato e non sono riuscite a entrare negli ingranaggi non per demerito ma solo perché non c’erano posti disponibili. I giovani che decidono di provarci, considerata la professionalità e i titoli di studio che mettono in gioco, sono degli eroi, credetemi. E non per colpa dei baroni. I baroni sono il paravento della classe politica per nascondere le sue inadempienze. Colpa dei baroni, della corruzione, del nepotismo se i cervelli se ne vanno, certo! Non del fatto che in Italia i posti di dottorato sono passati da 16mila a poco più di 8mila circa negli ultimi 10 anni e che i posti disponibili in futuro consentiranno l’ingresso a posizioni strutturate solo per il 6,5% degli attuali assegnisti di ricerca (VI Indagine ADI su dottorato e post-doc). E gli altri se ne vanno. Per colpa dei baroni, però.

Si badi bene, non sto dicendo che la «malauniversità» non esista. Esiste purtroppo e tutti noi cerchiamo di combatterla. Ma se un bel frutteto ha alcune mele marce, voi direste in giro che si tratta di un frutteto marcio? Fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce, e per ogni buon ricercatore costretto ad andarsene ce ne sono altri che restano e arrivano dove meritano di arrivare. Ma di loro non parla nessuno, se non per insinuare che siano lì grazie a qualche sporco gioco e non ad anni di studio e di fatica. E così devono anche difendersi dal risentimento della gente come se avessero rubato qualcosa. Non scrivere, mi dicevo. Non interessa sapere che c’è una foresta silenziosa di ottimi professori e ricercatori che lavora, lavora, lavora, in mezzo al clamore e all’indignazione per chi urla «ero il migliore e per colpa loro me ne sono dovuto andare».

Non interessa sapere che non è vero che i professori universitari fanno poche ore di lezione l’anno e nel tempo rimanente girano i pollici o fanno consulenze strapagate. Che, quando non sono in aula a fare lezione, leggono tesi di laurea e dottorato, preparano materiale didattico, correggono elaborati, predispongono appelli d’esame per centinaia di persone, rispondono a decine e decine di email. E poi partecipano a riunioni di Consigli di Dipartimento, Consigli di Corsi di Studio, Commissioni Paritetiche o Presidi della Qualità, Commissioni varie, Collegi di Dottorato, scrivono relazioni sulle cose fatte e da fare, stendono verbali, compilano decine di moduli. E anche gestiscono laboratori di ricerca, organizzano corsi di dottorato, master, dirigono o siedono nei comitati scientifici di riviste internazionali, svolgono attività di revisione scientifica, elaborano mastodontici progetti per richiedere finanziamenti alla ricerca, amministrano le rendicontazioni dei fondi ottenuti, guidano l’attività di dottorandi e assegnisti di ricerca. E infine, nel tempo che resta, nei fine settimana e quando gli altri credono che siano in vacanza, fanno finalmente ricerca: stanno chini su libri, computer e provette, scrivono a loro volta libri e articoli scientifici, preparano e presentano contributi a convegni (l’unica attività per la quale - si badi bene - sono valutati e, il più delle volte, la vera passione della loro vita). Non sono tutti così, certo, ma, credetemi, ho descritto la vita di una buona parte del mondo accademico.

Ma non interessa, perché piace di più parlare dei casi peggiori, anche se non sono rappresentativi. Quello che piace sono le storie morbose che ci autorizzano a prendercela contro il marcio che non se andrà mai via, la casta che fa il bello e il cattivo tempo, e – già che ci siamo – la pioggia e il governo ladro. Piacciono le notizie che alimentano il livore, l’ostilità, il malcontento, l’odio sociale. Questo piace, non la noia di una storia che va come deve andare. Non scrivere, mi dicevo. Ti vivisezioneranno per dimostrare che non vali niente, che anche tu in fondo hai rubato il posto a qualcuno. Tanto oggi chiunque può dire tutto e il contrario di tutto e la gogna per le voci fuori dal coro è crudelissima. Ma anche questo non mi interessa, l’ho dichiarato all’inizio che non sono qui per dire che sono la più brava. Le mie pubblicazioni, il mio lavoro, è tutto online, non ho nulla da nascondere: c’è pieno di persone più brave di me, specialmente tra i miei colleghi. Ma anche di persone meno brave, specialmente fuori. L’unica cosa che so è che ho sempre studiato tanto e lavorato sodo, lavoro 10 ore al giorno, non ho parenti o amici che mi abbiano dato una mano.

Ho scelto di servire il mio Paese quando me ne sarei potuta andare come tanti altri. Vi sembrerà pazzesco, sono felice di averlo fatto perché nonostante tutto questo Paese lo amo e spero di aiutare, nel mio piccolo, a migliorarlo un po’. Quando l’Italia si conferma ai primi posti del mondo nelle graduatorie della ricerca scientifica mi riempio di orgoglio perché in quei numeri c’è anche il mio impegno. E ancor più se penso alle poche risorse con cui lavoriamo, a confronto dei colleghi di tutto il resto del mondo. E come me ce ne sono migliaia. Se vi può bastare, bene, altrimenti pazienza. Dite pure che siamo tutti raccomandati.