facebookLo psichiatra: «Attiva la paranoia». Alla Cattolica un centro per “disintossicarsi”

Fonte: Il Messaggero
di Carla Massi

Se la leggiamo in modo positivo la chiamiamo “friendship addiction” (“amico dipendenza”), se invece, la leggiamo con gli occhiali degli psichiatri la chiamiamo dipendenza e basta. Da Internet. Comunque sia, si tratta di una nuova patologia, quasi un’epidemia che ormai si diffonde di video in video tra i contatti dei social network. Con Facebook, per esempio. Il primo sintomo si insinua come una biscia tra i sassi. Sta lì, sotto il peso, mangia, cresce poi mette la testa fuori quando uno meno se l’aspetta.

Quando si manifesta un’insicurezza esagerata, quando non si è in grado di staccarsi dal sito. E l’astinenza flagella il cervello. E non si riesce neppure a lavorare con la mente lucida. Non si riesce neppure a fare il ladro come si deve. E’ accaduto qualche giorno fa ai Castelli Romani: un giovane di 26 anni ha pensato bene, durante un furto in appartamento, di utilizzare un computer aperto per connettersi con i suoi amici on line. Una debolezza che ha portato i carabinieri direttamente da lui.

La “amico dipendenza”, insomma, comincia ad avere i contorni come una vera malattia da diagnosticare e, possibilmente, curare. Diagnosi e terapia. Come fosse un disturbo dello stomaco o degli occhi. Come fosse, in realtà come è, un segno evidente di un danno alla psiche. Una dipendenza alla stregua della droga, del gioco d’azzardo, dell’acquisto compulsivo o delle abbuffate notturne. L’incapacità (perché impossibilitati a fermare la pulsione) a rinviare una serata di contatti con gli “amici” di Facebook rischia, insomma, di essere sovrapposta all’ineluttabilità, per un tossico, di un pomeriggio offuscato dalla polvere di coca. Il nuovo dipendente da casa al lavoro o da casa a scuola ha una precisa mappa mentale delle zone franche in cui si può rubare una rete non protetta e così, anche con il cellulare, continuare a ricordare al mondo che si esiste.

Nessuno stupore, dunque, se tra gli addetti ai lavori si comincia a parlare della necessità di far nascere centri dedicati solo alla dipendenza da Internet. All’università Cattolica-Policlinico Gemelli di Roma aprirà tra poche settimane. Un ambulatorio all’interno del Day hospital in Psichiatria con la collaborazione dell’associazione “La promessa”. I primi pazienti, già lo sanno i medici, saranno giovani e giovanissimi. Ma, con il tempo, anche gli adulti maledettamente stregati dai salotti on line busseranno a quella porta. Entro qualche settimana, le prime visite ad hoc.

«Stiamo parlando di un nuovo modo di drogarsi - spiega Federico Tonioni, lo psichiatra che coordinerà l’ambulatorio -. Si tratta di una tossicodipendenza in qualche modo attesa. Visiteremo i figli legittimi della multimedialità che ci ha sopraffatto negli ultimi anni. Che li ha sopraffatti e inghiottiti senza permettere loro di dosare i mezzi». La multimedialità che ha dato loro la possibilità di aprire mille contatti. Ma non gli strumenti per gestirli. «Molti contano tanti amici, ma in teoria - aggiunge Tonioni -. In una piazza virtuale dove tempo e spazio non hanno limiti. Lontani dalla terra, dall’aria che si respira, da quella stanza dove sta in computer. Una piazza che, se non confrontata con il reale, regala una straordinaria onnipotenza mentale, e illude di poter controllare ogni cosa. Si sa che sotto mentite spoglie puoi seguire qualcuno, puoi nasconderti, puoi inventarti una seconda vita».

Bello, tutto bello gioiso e divertente. Ma che accade quando, nei modi più diversi, ci si accorge che la relazione con il mondo passa solo attraverso quel canale? E quando, su Internet, si finge di essere una donna e invece si è un maschio? E quando un ragazzo, sotto mentite spoglie, entra contatto con la fidanzata per vedere se lei, con uno sconosciuto, ci sta o no? «Si inanellano fenomeni paranoidei - spiega ancora lo psichiatra -. Si incrociano, nei casi limite ovviamente, quelli che vogliono controllare, quelli che si sentono controllati, quelli che non riescono a non contare quanti nuovi amici si sono aggiunti nella giornata, quelli che si fanno di coca e poi passano la nottata a navigare da soli». Certo è, concordano esperti di tutto il mondo, che l’abuso di Internet, Facebook eccetera può diventare un «attivatore di paranoia».

Un rifugio sicuro per inguattare le insicurezze, per avere sempre ragione, per sentirsi in compagnia. Ma se si spegne il video tutto si spegne e l’astinenza da video si presenta esattamente come l’astinenza da gioco d’azzardo o da droga. Un malessere psicofisico che non lascia spazio alla riflessione, all’attesa, alla relazione umana. Alla serenità. La cura? Un colloquio, una visita, l’entrata in un gruppo di pazienti con lo stesso problema. Nei casi estremi anche i farmaci. Per contenere quel malessere che, per molti durante l’astinenza, si trasforma in ansia, sudorazione, paura di perdere il controllo.

David Smallwood è uno dei principali psicologi inglesi esperti di dipendenze: «Alcune donne sono particolarmente a rischio anche da adulte. Sono quelle la cui autostima deriva dai rapporti che instaurano con gli altri. E Facebook aumenta questa peculiarità emotiva obbligando gli utenti ad acquisire centinaia di amici». Il “reclutare” amici, dunque, può trasformarsi in una fissazione. Nei casi estremi si rischia di sentirsi giudicati sul numero di amici on line. E se spesso si viene respinti? «Pensiamo tutto questo che cosa scatena in personalità non ben strutturate - è ancora Tonioni a parlare - come quelle dei giovani. O pensiamo a persone che si tuffano in Internet per compensare altre situazioni. No, non si accorgono della dipendenza ma, quando parlano con noi del loro malessere o della dipendenza da droga esce fuori anche l’anomalo attaccamento ad Internet». L’impossibilità a fermarsi. A non controllare, giocare, navigare, mettersi in contatto, “frugare”, guardare e farsi guardare. Fino ad essere costretti a disintossicarsi. Con un clic. Magari creando un gruppo di dipendenti in astinenza proprio su Facebook?