parentopoliCardiologia, 27 accusati: è la prima inchiesta di Parentopoli

Fonte: la Repubblica
di Gabriella De Matteis e Giuliano Foschini

E´ l´inchiesta madre degli scandali universitari. L´indagine che ha aperto il vaso del malaffare dei baroni. Ci sono voluti quasi sei anni ma alla fine si è conclusa: i sostituti procuratori Emanuele De Maria e Ciro Angelillis hanno notificato 27 avvisi di conclusione delle indagini ad alcuni tra i più importanti cardiologi italiani e si apprestano a chiedere il rinvio a giudizio. La tesi è la stessa sostenuta già il 24 giugno del 2004 quando Paolo Rizzon, insieme con altri quattro baroni italiani, fu arrestato dalla procura di Bari: in Italia esisteva una cupola di professori che decideva commissioni e vincitori dei concorsi della disciplina. Quello che viene però fuori, oggi, al deposito dei 55 faldoni del fascicoli, è uno spaccato devastante del sistema universitario che vede l´ateneo barese come l´epicentro del sistema.

Oltre a Paolo Rizzon e a suo figlio Brian, tra gli indagati baresi c´è anche il professor Matteo Di Biase, ordinario a Foggia. Proprio Di Biase e Rizzon - entrambi sotto indagine per associazione a delinquere - sono stati protagonisti di uno degli episodi più incredibili di quelli raccontati nell´indagine monster: far annullare un concorso per ricercatore in modo tale da ribadirlo e fare vincere i figli dei due professori. «Rizzon - scrivono i pm - in qualità di componente di una commissione giudicatrice per un concorso da ricercatore di cardiologia a Foggia ha attestato falsamente di avere effettuato una valutazione comparativa dei candidati Elisabetta De Tommasi e Roberta Romito». «I giudizi - sostengono i magistrati - erano meramente apparenti, in quanto volti non alla valutazione effettiva dei candidati, bensì a farne apparire l´assoluta inidoneità». In sostanza la commissione ha sotto valutato, coscientemente, i titoli dei due candidati in modo tale «da far sembrare spontanea e meramente consequenziale la rinuncia dei candidati alla prova scritta». «In realtà - sostiene l´accusa - erano stato espressamente sollecitati da Rizzon» che aveva un secondo fine: fare in modo che la procedura andasse deserta in modo tale che il concorso fosse ribandito. «In questa maniera - si legge - hanno potuto partecipare e vincere il figlio di Rizzon, Brian Peter, e il figlio di Di Biase, Luigi».

Agli atti dell´inchiesta, oltre a decine e decine di concorsi truccati e nomine di commissioni pilotate, ci sono anche le minacce di Rizzon al professor Stefano Favale, il cardiologo che lo ha denunciato: «Avevano fatto sapere a Favale che Rizzon era molto irritato e risentito nei suoi confronti, perché il professore aveva presentato ricorso al Tar per l´annullamento di un bando». Dopo però si era andati più nello specifico: «Dissero a Favale che l´avrebbero fatto bastonare da due malavitosi qualora non avesse desistito dall´esercizio della sua azione giudiziaria» e, comunque, che qualora il giudice avesse realmente annullato il bando gli avrebbero reso la vita completamente impossibile. C´è poi tutta una parte delle indagini che riguarda gli "scambi": Rizzon assicurava copertura ai protetti di alcuni colleghi in un concorso, e i colleghi facevano lo stesso con gli uomini di Rizzon.

«Una vera organizzazione - sostengono i magistrati - che vedeva Rizzon tra i capi e organizzatori, con una ripartizione di ruoli, regole interne e sanzioni per la loro eventuale inosservanza che consentiva ai baroni, attraverso il controllo dei diversi organismi associativi, di acquisire in ambito accademico il controllo esecutivo e di predeterminare la composizione delle commissioni giudicatrici e prestabilire quindi anche l´esito della procedura». D´altronde, già nel 2004, aveva parlato di una struttura simile a quella mafiosa lo stesso gip, Giuseppe De Benedictis che emise le ordinanze di custodia cautelare. Da allora i magistrati e gli uomini della polizia giudiziaria hanno lavorato minuziosamente per ricostruire il sistema, ma la maggior parte delle persone che componevano «l´associazione a delinquere» hanno continuato a lavorare nelle università italiane.