Così gli italiani si indebitano per la laurea

Per la laurea dei propri figli le famiglie italiane hanno accumulato debiti per 7 miliardi. Pesano le tasse universitarie, gli alloggi e i trasporti.

Fonte: Valori.it
di Nicola Borzi

Quanti sono i debiti che le famiglie italiane hanno contratto per finanziare la laurea dei propri figli? Impossibile fornire una cifra certa, considerato che non esistono statistiche ufficiali. Si può avere qualche indicazione solo per induzione, da analisi sui prestiti e i finanziamenti personali accordati. Di certo però, secondo le indicazioni che arrivano dal mondo degli studenti universitari, per le famiglie a reddito medio-basso diventa sempre più difficile consentire ai propri figli di arrivare alla laurea. Specialmente se viene scelto un ateneo in una città lontana.

Per la laurea oltre 7 miliardi di debiti

Nel 2018, secondo i dati dell’indagine sull’indebitamento degli italiani elaborata da Federconsumatori, 889mila famiglie italiane hanno chiesto un prestito per consentire ai figli di frequentare l’università o una scuola di alta specializzazione, per un importo medio di 7.970 euro. In totale fanno quasi 7,1 miliardi di euro di debiti contratti allo scopo di raggiungere una laurea. Oltre il 7% dei debiti complessivi delle famiglie (mutui esclusi) al 30 giugno dell’anno scorso.

Un fardello che grava sui 600 mila studenti fuori sede

Il debito viene contratto a fronte di necessità di spesa che possono essere anche molto elevate, arrivando in molti casi a oltre 10mila euro l’anno. Come ha denunciato Alessio Bottalico, coordinatore nazionale di Link Coordinamento Universitario (una formazione universitaria di sinistra), si parte dal costo degli affitti che lo scorso anno erano aumentati in media del 4% rispetto al 2017. Un problema serio, vista la cronica carenza di posti a disposizione nelle strutture pubbliche per i circa 600mila studenti fuori sede di tutta Italia.

Nel 2018, spiegava Bottalico, uno studente “esterno” spendeva in media di 4 mila euro l’anno per una stanza singola e oltre 2.500 per un posto in doppia. Ai quali andavano sommati 2.300 euro di uscite per le bollette e l’alimentazione.

A queste cifre vanno aggiunti gli abbonamenti ai mezzi pubblici (con una media nazionale di 200 euro per i trasporti urbani ma molto più alta per gli studenti pendolari) e i circa 700 euro di manuali e materiale didattico, che in diverse facoltà, secondo Federconsumatori, supera ormai i mille euro. Con un ulteriore problema, sottolineato da Bottalico: «Il numero degli aventi diritto a borse di studio in Italia è solo un quarto degli studenti aventi diritto in Francia». Mentre in Italia «solo il 9,8% degli universitari è esentato dal pagamento delle tasse contro il 30% della Spagna».

Il nodo delle tasse universitarie

Tutte voci di spesa alle quali va aggiunta, ovviamente, quella fondamentale: le tasse universitarie. Secondo l’ultima ricerca annuale di Federconsumatori per l’anno accademico 2018/19 gli atenei del Meridione risultavano più cari rispetto a quelli del Nord Italia. Al Sud gli importi medi per la fascia di reddito più bassa superavano del 23% circa quelli delle Università settentrionali. Per la terza fascia più alta si saliva a quasi il 50%.

Così come nel 2017, anche lo scorso anno il primato di ateneo più caro tra quelli considerati andava all’Università La Sapienza di Roma, dove gli studenti più poveri pagavano tasse comprese tra i 563,50 euro (nelle facoltà umanistiche) e 590,50 (nelle scientifiche).

In seconda e in terza posizione si confermavano anche nel 2018 l’Università di Bari e l’Università Federico II di Napoli. Con 416,78 e 391 euro rispettivamente.

La laurea scientifica costa di più

La tendenza si invertiva solo per gli importi massimi per i quali erano gli atenei del Nord ad applicare le tassazioni medie più elevate. Per i redditi più alti si confermava il primato dell’Università di Pavia (4.141 euro per le facoltà scientifiche e 3.663 euro per le facoltà umanistiche). Seguita dalla Sapienza di Roma (3.080 euro e 2.977 euro rispettivamente) e dall’Università di Milano (3.636 e 2.930).

Alcuni atenei, ma non tutti, prevedevano una tassazione differente in base alla facoltà scelta dallo studente. Nelle Università in cui veniva adottata questa distinzione la scelta di una facoltà scientifica risultava economicamente penalizzante. Uno studente della Facoltà di Matematica, ad esempio, pagava mediamente tra il 4,42% e l’8,65% in più rispetto a un collega di Lettere e Filosofia, a seconda della fascia di reddito di appartenenza.

La politica tra tagli e cofinanziamento ai debiti

Anche in Italia, come nel caso francese, il governo punta a una partnership tra settore pubblico e banche per finanziare l’accesso all’università attraverso il cosiddetto “prestito d’onore”. Il finanziamento concesso a chi intende studiare. A giugno il ministero dell’Università e della Ricerca cercava intermediari finanziari disponibili per mettere in atto una forma sperimentale di prestito d’onore con un cofinanziamento di 100 milioni di euro nelle otto regioni del Sud.

Una proposta contestata dagli studenti di Link, che rilevano come a fronte del taglio dei finanziamenti alle università e alla ricerca e alla cancellazione di circa 10 mila borse di studio si sia affiancato un progetto che mira ad aumentare l’accesso alle università a fronte di un aumento dell’indebitamento degli studenti. L’unica nota positiva delle politiche per l’accesso all’università, secondo Link, è la volontà di aumentare la no tax area. Oggi il 17,6% degli studenti iscritti è esonerato dal pagamento delle tasse universitarie contro il 35% in Francia ed il 25% in Germania.

La spesa per l’istruzione vale come gli interessi sul debito pubblico

Gli ultimi interventi per ridurre il costo dell’istruzione universitaria datavano dal 2017. Quando, grazie alla legge di Bilancio 232/2016, erano state introdotte agevolazioni per gli studenti a basso reddito e per i meritevoli. Gli iscritti al primo anno dei corsi di laurea triennali e magistrali con reddito Isee inferiore a 13mila euro erano tenuti solo al pagamento della tassa regionale e dell’imposta di bollo – a cui si aggiungono eventuali altri importi per l’assicurazione, se previsti dall’ateneo – ed esonerati quindi dalle tasse universitarie.

Potevano usufruire dello sconto anche gli iscritti agli anni successivi (fino al primo fuori corso) ma con un requisito di merito. Ovvero ottenere almeno 10 crediti formativi entro il secondo anno e almeno 25 crediti per gli anni seguenti. Il tutto avviene mentre l’Italia spende per gli interessi sul debito pubblico quanto investe nell’istruzione. Nel 2018 la spesa per interessi è aumentata di circa 2,2 miliardi a quota 65. Nel 2015, secondo l’ultimo dato disponibile, la spesa pubblica per l’istruzione era stata di 67,4 miliardi.