La ricerca italiana eccellenza mondiale «Grande opportunità per le imprese»

L’INTELLIGENZA artificiale è la medicina giusta per l’Italia. In grado di colmare il gap di produttività nei confronti dei competitor mondiali e quindi di guarirla dallo strutturale mal di crescita di cui soffre. Un treno sul quale il nostro Paese deve assolutamente salire. «Anzi, direi che è già salito e sta nelle prime carrozze» assicura Fabrizio Riguzzi, docente di Informatica all’Università di Ferrara e vicepresidente dell’AIxIA (Associazione Italiana per l’Intelligenza Artificiale) commentando i risultati dell’indagine che AIxIA ha svolto per capire come si colloca la ricerca italiana sull’IA nel panorama mondiale.

Fonte: Quotidiano.net
di Andrea Ropa

Professore, in cosa consiste lo studio e quali sono i risultati?

«Abbiamo preso in considerazione il numero di articoli scientifici sull’IA pubblicati dai ricercatori di tutto il mondo, cercando di capire l’impatto dell’Italia in termini quantitativi. I risultati mostrano che la nostra ricerca si colloca ai primi posti nel mondo».

Ci faccia qualche esempio.

«Per totale di articoli pubblicati, l’Italia è al decimo posto a livello mondiale. Se però si considera il numero di articoli per ricercatore, saliamo al terzo posto davanti a superpotenze come Usa e Cina. Se si restringe il confronto ai Paesi del G20, più simili tra loro, arriviamo al secondo posto».

E in termini di qualità?

«Le pubblicazioni dei nostri ricercatori sono mediamente di qualità superiore rispetto al livello medio mondiale. L’Italia ha una grande tradizione nell’IA non solo a livello scientifico, ma anche metodologico e applicativo. Un’eccellenza assoluta che rappresenta una grande opportunità per il nostro sistema produttivo».

Cosa si deve fare per cogliere questa opportunità?

«Occorre promuovere il trasferimento tecnologico dalla ricerca all’imprenditorialità attraverso la creazione di start-up innovative e nuove forme di partnership. Potenziando il dialogo tra imprese e ricercatori è possibile sviluppare un’industria dell’IA che renda l’Italia e l’Europa non più colonie delle grandi aziende tecnologiche americane».

In quali settori i ricercatori italiani sono all’avanguardia?

«La nostra ricerca ha una forte componente relativa all’analisi dei dati statistica e neurale. Ma c’è molta attività anche sullo sviluppo delle capacità esplicative dei sistemi di IA, che dovranno sempre più essere in grado di comprendere le esigenze degli utilizzatori e fornire una risposta alle loro richieste di chiarimento».

Quali sono gli altri possibili sviluppi futuri dell’IA?

«Un settore in cui l’IA offre prospettive interessanti è quello dell’industria 4.0: la possibilità di raccogliere dati rilevati da sensori distribuiti sulle macchine in fabbriche intelligenti permette un controllo molto più capillare e puntuale del processo di produzione. Nei trasporti l’IA ha molteplici applicazioni, dalla gestione del traffico ai veicoli a guida autonoma. Più in generale, l’IA può aiutare l’umanità ad affrontare le più grandi sfide del nostro tempo, come il cambiamento climatico e la sostenibilità ambientale: mediante l’IA, infatti, è possibile costruire modelli climatici più precisi e ottimizzare le risorse per ridurre al minimo il consumo energetico».

Stephen Hawking diceva che «l’intelligenza artificiale potrebbe essere il peggior evento della storia della nostra civiltà». Lei che ne pensa?

«Io credo invece che stia trasformando positivamente il nostro modo di vivere e di lavorare, aumentandone l’efficienza e la sicurezza, fornendo livelli avanzati di servizio. A breve avremo nuove generazioni di dispositivi semi-autonomi che, attraverso le loro capacità di apprendimento, interagiscono attivamente con il mondo che li circonda e, quindi, forniscono il collegamento mancante tra il mondo digitale e quello fisico».