Università a corto di professori e ricercatori

Prosegue l’emorragia di professori universitari. Soprattutto ordinari. Un tema che era già emerso tra dicembre e gennaio, quando la legge di bilancio 2019 ha bloccato fino al 1° dicembre prossimo - tra le proteste del mondo accademico - i concorsi negli atenei.

Fonte: Scuola24.ilsole24ore.com
di Eu. B.

E che è tornato d’attualità a febbraio quando è entrato e uscito dal decreto semplificazioni un emendamento che portava da 6 a 9 anni la durata dell’abilitazione scientifica: il “patentino” nazionale necessario ad accedere alle selezioni locali. Frenando così le attese di una platea che Il Sole 24 Ore del Lunedì a suo tempo ha stimato in 50mila docenti senza cattedra.

A riaccendere i riflettori sulla lenta e inesorabile fuoriuscita di professori subita dalle nostre università ci pensa ora un focus del ministero dell’Istruzione. I cui numeri lasciano pochi dubbi: tra il 2010/2011 e il 2017/2018 l’intero corpo docente si è ridotto dell’8,6 per cento. Che diventa -20,5% (-26,4% al Centro Italia) se ci focalizziamo sugli ordinari e -21,6% se ci spostiamo sui ricercatori. In controtendenza invece associati e assegnisti di ricerca che crescono, rispettivamente, del 17,7% e del 6,7. Ma è un aumento insufficiente a riportare in pareggio il bilancio tra uscite ed entrate di personale. Risultato: la piramide che fotografa la realtà universitaria italiana ha una base sempre più larga ed è sempre più bassa. Ormai gli ordinari rappresentano il 18,9% del totale. A fronte del 29,9% di associati e 51,3% di ricercatori e assegnisti.

C’è poi un fattore anagrafico da tenere presente. Visto che tra concorsi bloccati, punti organico rimasti inoptati e abilitazioni scadute o prossime alla scadenza l’età media dei prof ordinari ha raggiunto quota 52 anni. In un range che va dai 47 anni dei ricercatori ai 59 degli ordinari. Includendo gli “assegnisti” la media scende a 48 anni. Ma il quadro non muta più di tanto. E che l’allarme più forte riguardi proprio le giovani leve della professione lo conferma anche un report dell’Adi (Associazione dottorandi e dottori di ricerca italiani) secondo cui, in 10 anni, i posti banditi per il dottorato si sono praticamente dimezzati (-43%) passando dai 15.832 del 2007 agli 8.960 2018. Con la considerazione ulteriore che anche l’aumento degli assegnisti di ricerca non garantisce di per sé l’accesso alla cattedra. Anzi, visto che il 90% di loro non lavorerà nell’università.

Guardando avanti le speranze che il vento faccia il suo giro già nel 2019 sono affidate soprattutto all’assunzione di 1.500 ricercatori a tempo determinato di tipo b)sbloccata a marzo - che potranno concorrere per un posto da associato, ndr - e alle 676 progressioni di carriera per ricercatori a tempo indeterminato arrivate poco dopo. Oltre che ai 2.038 punti organico relativi al 2018 con un occhio di riguardo per gli atenei virtuosi. Che si riferiscono all’anno scorso e, dunque, sono fuori dal blocco dei concorsi. Ma dipendono dal volere - e soprattutto dalle risorse a bilancio - delle singole università.