L’Università: facoltà scientifiche la nuova frontiera

Non occorre aspettare l’8 marzo per accorgersi che le donne a scuola e all’Università sono meglio dei loro colleghi maschi, dove «meglio» racchiude le parole merito, ambizione, impegno e performance.

Fonte: Lastampa.it
di Maria Corbi

Il Rapporto 2018 Almalaurea conferma tutto questo: le ragazze sono le più interessate a proseguire gli studi soprattutto all’università: 76,4% delle femmine rispetto al 62,2% dei maschi. Motivate dal raggiungere i propri sogni professionali (69,0% rispetto al 59,7% dei maschi) e approfondire i propri interessi culturali (53,5% rispetto al 46,7% dei maschi). Si laureano prima e meglio. Il Rapporto 2018 sul Profilo dei laureati mostra una più elevata presenza delle donne (59,2%) tra i laureati dell’anno precedente. E la quota delle donne che si laureano in corso è pari al 53,1% contro il 48,2% per gli uomini, con un voto medio di laurea uguale a 103,5 su 110 (è 101,6 per gli uomini).

Altro dato interessante, e spunto di riflessione, analizza il contesto familiare di provenienza: le laureate provengono in misura maggiore da situazioni meno favorite sia dal punto di vista culturale che socio-economico. Il 20,9% delle donne proviene da una famiglia di estrazione economica elevata rispetto al 24,7% dei maschi. E il 27,0% delle donne ha almeno un genitore laureato rispetto al 33,2% dei maschi. E qui siamo nel campo motivazione e ambizione, il motore che fa correre così velocemente le donne nell’Istruzione, nonostante un poco favorevole blocco di partenza.

Naturalmente occorre interpretare i dati e non nascondere che sempre troppo poche donne si iscrivono a facoltà scientifiche tanto che l’anno scorso il MIUR ha messo in campo 3 milioni di euro di risorse per incentivare le diplomate a iscriversi, con l’esenzione totale o parziale dalle tasse, a un corso di laurea Stem (acronimo inglese che indica: scienze, tecnologia, ingegneria e matematica). E avvicinare le studentesse all’area scientifica, compreso il «coding», non è solo un problema italiano, anche se in molti paesi vi è una consapevolezza costruttiva del problema e della necessità di risolverlo anche da parte dei colleghi maschi. Ricordate la lettera di Jared Mauldin, studente di ingegneria meccanica alla Eastern Washington University, al giornale degli studenti, diventata virale? «Non ho mai incontrato nessuno che mi scoraggiasse dal fare studi scientifici, che dicesse che il mio aspetto era più importante del cervello, non ho mai subito commenti sessisti dai professori. Per cui, non siamo uguali: le ragazze che studiano con noi sono molto più brave perché affrontano e superano tutti questi ostacoli».

Certo però gli ostacoli sono ancora tanti, troppi. Così capita che le brillanti laureate italiane, una volta ottenuta la preziosa pergamena, inizino una salita molto più ripida di quella dei loro colleghi maschi. Con maggiore difficoltà non solo a trovare lavoro ma anche ad avere buste paga dello stesso «peso» dei neoassunti di genere opposto. La buona notizia è che questo non è più vero in alcuni paesi europei. La cattiva notizia è che sono solo 6 e che l’Italia non è tra le nazioni virtuose sul tema (da una analisi della Banca mondiale su 187 economie). Solo Belgio, Danimarca, Francia, Lettonia, Lussemburgo e Svezia hanno varato leggi che tutelano in uguale modo donne e uomini nel mondo del lavoro.

E che le donne guadagnino meno degli uomini è difficile negarlo, lo dice anche l’Onu, ma non è facile convincere le aziende a rendere note le buste paga per pari funzione e genere. Ma comunque si calcola che per ogni euro guadagnato da un uomo le donne vengono derubate di 23 centesimi. Un quadro ancora deprimente e non solo per le «vittime» di questa discriminazione ma per tutta la società.