Dio salvi gli Erasmus! Il piano di emergenza dell’Ue per il dopo Brexit

Lo spettro della Brexit incombe anche sull’Erasmus. A poco più di 50 giorni dal via ufficiale del divorzio fra Londra e l’Europa, il 29 marzo 2019, non è chiaro quale sia il destino del programma di mobilità internazionale per scambi e progetti condivisi fra Regno Unito e Paesi Ue.

Fonte: Ilsole24ore.com
di Alberto Magnani

Le linee guida rilasciate dal governo britannico spiegano che il Regno Unito «si rapporterà alla Commissione europea con l’obiettivo di assicurare al Regno Unito la piena partecipazione del Paese ai programmi Erasmus+ e European solidarity corps (un database che raccoglie domanda e offerta di posizioni di volontariato, ndr) fino al 2020».

Nell’attesa, la Commissione europea ha formulato il 29 gennaio la proposta di un «regolamento di emergenza per l’Erasmus+»: un pacchetto di misure per garantire a chi è già partito di «non vedere interrotto» il proprio soggiorno all’estero da un momento all’altro. Le misure sono state discusse lunedì 4 febbraio dalla commissione Cultura e istruzione dell’Europarlamento ed entreranno in vigore, salvo imprevisti, alle ore 12 di martedì 5. Il piano copre tutti gli scambi iniziati entro il 30 marzo dell’anno in corso. È del tutto in bilico quello che potrebbe succedere dopo.

Quel bacino di studenti a rischio Brexit
Promosso dalla Commissione Europea, Erasmus+ è il programma di mobilità studentesca che ha ereditato e ampliato le attività del “vecchio” Erasmus. Nel 1987, il suo anno di debutto, l’iniziativa si limitava a 11 Paesi europei e qualche migliaio di studenti. Trent’anni dopo, nel 2017, il progetto ha permesso a un totale di 797mila universitari, accademici e volontari di trascorrere un periodo all’estero in 44 destinazioni diverse, anche al fuori del perimetro Ue. Nel 2016-2017, l’ultimo anno accademico a disposizione, il Regno Unito è svettato come terza meta di destinazione per gli studenti (31.727, dietro solo ai 34.497 della Francia e i 48.595 della Spagna) e quinto Paese di provenienza degli exchange students (15.561, il 5% dei 32.755 partiti quell’anno).

Il bacino rischia di andare perso con la Brexit, soprattutto nel caso di uno scenario no-deal. L’accordo raggiunto da Theresa May con i partner Ue prevedeva l’estensione al 2020 del periodo di permanenza del Regno Unito fra i Paesi aderenti al programma, nell’attesa di un patto ad hoc per aggiudicarsi lo status di Paese terzo (come hanno già fatto Svizzera e Norvegia). In caso di un divorzio senza tutele, però, verrebbe meno l’ancora di salvezza del periodo di transizione. Con tutti i dubbi del caso per chi ha ottenuto una borsa o un finanziamento legato al programma entro la data fatidica del 29 marzo 2019.

La Commissione: Erasmus garantito (fino al 30 marzo)
Da qui la proposta della Commissione di una «contingency regulation», un regolamento di emergenza sulla falsa riga dei tanti accordi provvisori che stanno sbucando per tutelare i rapporti fra Regno Unito e Ue in caso di no-deal. Le misure avanzate da Bruxelles mirano a «evitare la distruzione delle attività di mobilità per l’apprendimento», categoria che include sia gli scambi classici fra studenti universitari sia i progetti di cooperazione per staff accademico e volontari. Il regolamento assicura che «le persone all’estero con una attività finanziata da Erasmus+ non vedranno la propria attività interrotta il giorno in cui il Regno Unito abbandona l’Unione europea».

Il principio, sottolinea la Commissione, è bilaterale: «Si applica per esempio a uno studente di un’università francese in Erasmus+ a Londra, ma ugualmente a uno studente britannico che sta prendendo parte a un programma di Erasmus+ a Budapest». La morsa, semmai, scatta sulle tempistiche. La “polizza” suggerita dalla Commissione vale solo sui programmi avviati entro il 30 marzo 2019, escludendo le attività intraprese all’indomani dello strappo diplomatico fra Ue e Gran Bretagna. «È una soluzione immediata, al problema più immediato- si legge nelle proposte della Commissione - Quindi, questo regolamento non copre le attività di mobilità che iniziano dalla data del ritiro del Regno Unito dalla Ue». Un appiglio in più arriva dalla proposta di un piano di emergenza generale, sempre a firma della Commissione, dove si ipotizza l’estensione dell’Erasmus+ «sotto specifiche condizioni e in maniera più restrittiva».

Le speranze di Londra
Bruxelles, insomma, si preoccupa di garantire che la Brexit non intacchi il «diritto all’Erasmus» dei titolari di borse di studio e finanziamenti. Meno dell’assegnare alla Gran Bretagna una corsia privilegiata per accordi extra, tra l’altro già raggiunti nell’unico patto siglato fra May e i partner europei. In fondo, il Regno Unito ottiene dall’Erasmus+ più di quanto offra al programma, almeno in termini di mobilità studentesca: gli studenti ospitati nel 2016-2017 sono il doppio di quelli inviati nel resto d’Europa, generando un ulteriore flusso di entrate per un sistema accademico che incassa oltre 22 miliardi di sterline dagli studenti internazionali. Il governo britannico, dal canto suo, non può che avere tutto l’interesse a trovare una via di prolungamento dell’Erasmus+.

Il 29 gennaio, la stessa data della proposta della Commissione, Downing street ha aggiornato la sua «nota tecnica» per le linee guida sulla mobilità studentesca in caso di no-deal. Il governo assicura che garantirà i pagamenti di tutte le borse e i finanziamenti «approvati dalla Commissione europea». A differenza di quanto prevede Bruxelles, la copertura dovrebbe allargarsi anche ai progetti che partono dopo il 30 marzo: una misura a tutela dei «partecipanti che sono informati del loro successo (nell’application, ndr), o che firmano l’accordo per un finanziamento, dopo la uscita del Regno Unito dalla Ue». L’obiettivo di lungo termine è accaparrarsi uno status simile a quello dei Paesi «partner», i paesi terzi che partecipano all’Erasmus+ anche se esulano dai confini Ue.