Smetto quando voglio - Ad Honorem

Smetto quando voglio - Ad HonoremL'ultimo capitolo della trilogia di Sibilia ti riconcilia con un certo tipo di italianità allo stesso tempo ribelle e costruttiva, e con il cinema di commedia italiano

Regia di Sydney Sibilia. Con Edoardo Leo, Valerio Aprea, Paolo Calabresi, Libero de Rienzo, Stefano Fresi.
Genere Commedia, Ratings: Kids+13, produzione Italia, 2017. Durata 96 minuti circa
Orari: Multisalamoderno.com

È passato un anno da quando la banda di Pietro Zinni è stata colta in flagranza di reato nel laboratorio di produzione Sopox e ognuno dei suoi componenti rinchiuso in un carcere diverso. Da Regina Coeli Pietro continua ad avvertire le autorità che un pazzo ha sintetizzato gas nervino ed è pronto a compiere una strage, ma nessuno lo prende sul serio. Dunque si fa trasferire a Rebibbia per incontrare il Murena, che ha informazioni utili a intercettare lo stragista. Dopodiché Pietro intende rimettere insieme la banda di ricercatori universitari: le menti più brillanti in circolazione in perenne stato di disoccupazione (o detenzione).

Con Smetto quando voglio - Ad Honorem Sydney Sibilia chiude magistralmente una trilogia cinematografica che è un unicum nel panorama italiano.

Un prodotto commerciale strutturato fin dalla sua ideazione come una minisaga ma dettato da un'urgenza narrativa molto personale; un'operazione di cinema industriale che non sacrifica la visione creativa del suo autore; un "reato di difficile configurazione" che aveva altissime possibilità di confinare il regista ai domiciliari di un cinema, come quello italiano, poco portato a rischiare sul nuovo e a confidare nell'intelligenza del pubblico. Sibilia ha inanellato una serie di piccoli miracoli di coerenza narrativa (la sceneggiatura dei tre episodi è sua insieme a Francesca Manieri e Luigi Di Capua), creando personaggi cui ci siamo affezionati e nei quali in qualche misura ci riconosciamo, seminando nel primo episodio ciò che verrà raccolto (e compreso fino in fondo) solo nell'ultimo.

Arriviamo dunque allo specifico del terzo capitolo della minisaga. Ad Honorem ritrova l'ispirazione dell'episodio iniziale, e la temperatura emotiva: quella rabbia impotente di chi, pur avendo raggiunto l'eccellenza, si ritrova superato dai raccomandati in questo Paese "di difficile qualificazione" in cui "tutti sono pronti a dare la colpa a chi ha già pagato". Tanto i supereroi della banda quanto i loro arcinemici sono vittime di un sistema ingiusto in cui la meritocrazia è una parola buona solo per riempire la bocca dei politici (gli stessi che abbiamo visto aggirarsi alle feste in cui si consumano le droghe inventate dalla banda). Ma Zinni e compagni insistono a combattere contro i mulini a vento, e per questo si guadagnano il nostro rispetto e la nostra simpatia.
Se il primo episodio era una commedia amara che faceva riferimento a I soliti ignoti e il secondo un action movie in stile americano, Ad Honorem collega i puntini certificando l'originalità autoriale di Sibilia: radici italiane, cultura cinematografica internazionale. La regia rimane agile (mai un noioso campo e controcampo), il montaggio veloce, i colori meno acidi che nelle puntate precedenti (perché ora la sottolineatura cromatica si concentra sui dettagli), i dialoghi divertenti ma più dolorosi e accorati (oltre che strutturati su quanto già sappiamo di ciascun personaggio), la critica sociale (in particolare quella contro il ghota universitario) più pungente.
Al contrario di film come Tutta la vita davanti di Paolo Virzì, che negava ogni speranza a chi entrava nel girone infernale del mondo del lavoro nell'era della crisi, la saga di Smetto quando voglio ha il coraggio di fare di disperazione virtù, senza togliere ai suoi protagonisti la dignità di decidere del proprio destino, senza mai rinnegare l'amore che provano - perché ne hanno il diritto inalienabile - verso lo studio e la conoscenza. "Solo se moriamo tutti ci sarà un cambiamento", afferma un personaggio, ma Sibilia dimostra (con questa storia e con il suo cinema) che il cambiamento può avvenire anche dal di dentro, scardinando senza distruggere, e portando rispetto a chi ha scelto una certa strada anche se tutto, intorno, congiura per fargliela abbandonare. Ad Honorem ti riconcilia con un certo tipo di italianità allo stesso tempo ribelle e costruttiva, e con il cinema di commedia italiano, più ancora che "all'italiana".

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