King Arthur - Il potere della spada

King Arthur - Il potere della spadaRitchie trasforma Artù nel più tipico dei suoi personaggi ma il racconto corre disperato bruciando comprimari e situazioni

Regia di Guy Ritchie. Con Charlie Hunnam, Jude Law, Katie McGrath, Annabelle Wallis, Eric Bana.
Genere Avventura, Ratings: Kids+13, produzione USA, 2017. Durata 126 minuti circa
Orari: Multisalamoderno.com

Un tempo uomini e maghi convivevano pacificamente, ma quel tempo è finito: ed è subito guerra. Inizia in medias res King Arthur: Il potere della spada, durante la battaglia cruciale per Camelot, con l'assalto finale di Mordred al castello di Uther Pendragon. Elefanti gargantueschi, soldati inceneriti dalla magia, mura e ponti che crollano come fossero costruiti con il lego, ma nemmeno un nemico tanto spaventoso può alla fine nulla contro il potere di Excalibur. Sarà invece un tradimento a segnare le sorti del regno e a far sì che il giovane figlio del Re, salvato dal fiume come Mosé, cresca tra i vicoli e i bordelli di Londinum. L'usurpatore teme il prescelto capace di estrarre la spada dalla roccia e obbliga tutti gli uomini in età a fare il tentativo circondati da guardie pronti a catturarlo e farlo immediatamente giustiziare.

Il film di Guy Ritchie mantiene gli elementi del mito arturiano ma li rimescola, in un (troppo) concitato mix di epica, magia, corti, foreste e combutte tra gangster.

Succede così che Mordred sia un nemico del padre di Artù anziché suo figlio, che Merlino non incontri nemmeno Artù e che altri personaggi chiave della saga non appaiano né siano citati. Questo anche perché il progetto, fin da quando si è iniziato a parlarne nel 2014, prevedeva di dipanarsi su sei film, e dunque ci sarà tempo (se lo vorrà il box office) per gli eclatanti assenti come Ginevra, Lancillotto e Morgana. Su Merlino poi Ritchie deve aver cambiato idea strada facendo, visto che aveva cercato senza successo di dare la parte a Idris Elba e dunque doveva avere un ruolo assai più sostanzioso della piccolissima comparsa rimasta nel film, dove nemmeno lo si vede in volto (rimandando così la questione del casting). A differenza di altri blockbuster e franchise dove il regista è spesso l'ultimo arrivato, quando ormai la sceneggiatura è già stata ritoccata infinite volte da scrittori e produttori, qui Ritchie è coinvolto fin quasi dal principio e si vede che il film è del tutto suo. Trasforma infatti Artù nel più tipico dei suoi personaggi, un piccolo gangster di Londra (qui Londinum), astuto e dalla faccia tosta, ma in fondo pure dal cuore d'oro - non per niente è soprannominato Art, che in inglese suona un po' come Heart.
E con l'ambientazione urbana arrivano anche situazioni tipiche del cinema di Ritchie a partire dall'interrogatorio in cui, a uno dei capi delle guardie (interpretato da Michael McElhatton, il Roose Bolton de Il trono di spade), Art i suoi due compari raccontano una loro impresa saltando avanti e indietro tra inezie e cose rilevanti. L'infanzia di Art in città è poi riassunta in una sequenza da videoclip, dove vediamo la crescita accelerata del ragazzo tra pestaggi e piccoli furti, ma fin da piccolo già con la saggezza di nascondere il proprio denaro. Questi elementi dovrebbero nelle intenzioni dare una ventata d'aria fresca a una saga arcinota, ma il risultato è controproducente perché sono espedienti che erano già derivativi quando Ritchie era ancora un regista alle prime armi, figuriamoci ora.
Molto meglio il prologo, che riesce davvero a mostrare ad altezza d'uomo fatti titanici e poteri devastanti, ma successivamente non c'è più traccia di questo spirito epico, la musica diventa costante e incalzante come fosse rock (sebbene composta anche con strumenti storici da Daniel Pemberton). Allo stesso modo il racconto corre disperato bruciando personaggi e situazioni: non hanno quasi alcuno spessore la gran parte dei comprimari, tolto il solo Will interpretato da Aidan Gillen (il Ditocorto de Il trono di spade). In particolare una figura chiave come la maga rimane avvolta nel totale mistero, non ha infatti neppure un nome, perché Art ha di meglio da fare che parlare con lei, per esempio giocare a fare l'eroe riluttante anche dopo che proprio lei gli ha salvato la vita.
Ci sarebbe poi una sezione del film con tanto di viaggio iniziatico verso la montagna, dove l'eroe da solo dovrebbe affrontare varie creature e giungere a scoprire la verità su se stesso, ma il primo a cui sembra non importare è proprio Guy Ritchie, che la stringa in un montaggio veloce di scene accelerate a tempo di musica. Del tutto superfluo appare poi Tom Wu, nei panni di Kung Fu George, che non sappiamo perché sia a Londinum, e le cui doti di artista marziale sono del tutto sprecate, preferendo affidare le sequenze d'azione a un montaggio quasi epilettico (utile solo a evitare di mostrare il sangue e mantenere il tasso di violenza al di sotto dei divieti) oppure a effetti speciali da film di supereroi, con tanto di slow motion a profusione.
In quei momenti, in puro stile Warner, King Arthur: Il potere della spada sembra diretto più da Zack Snyder che da Guy Ritchie, come pure nello scontro finale che vira in zona Sucker Punch. Talmente simile alle introduzioni di certi videogame fantasy che alla fine si rimane delusi di non aver in mano un controller, per iniziare a giocare, e si ha la sensazione un po' frastornante e vacua di aver assistito a una partita giocata invece solo da Guy Ritchie e dove si è divertito soprattutto lui.

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