Gli Aequi e gli Aequicoli. Nel nostro linguaggio equo è sinonimo di giusto. Gli Equi, popolazioni di lingua osco-umbra, abitavano la pianura lungo il fiume Aniene, probabilmente fino al Fucino. Furono i Romani a chiamarli Equi (giusti) in apprezzamento delle loro leggi: la legge Sacrata che sanciva il diritto inviolabile di ogni cittadino a difendere la terra natale, la cui osservanza era affidata al comandante supremo degli eserciti e la legge Feziale, un arcaico diritto internazionale, amministrato dai sacerdoti feziali, ambasciatori plenipotenziari, con facoltà di concludere alleanze, trattati di pace, ed anche di dichiarare guerra.
Gruppi di Equi chiamati Aequicoli, (e Cicolano deriva dalla corruzione del nome di questi antichi abitanti), scelsero di rimanere o rimasero isolati nelle montagne e nei boschi della Valle del Salto. I motivi non sono del tutto noti.
I Romani. È la fine del IV secolo a.C, si è appena conclusa la seconda guerra sannitica. È vitale necessità per i romani creare uno sbarramento, diremmo oggi, una zona cuscinetto, che divida i Sanniti dai loro alleati settentrionali, gli Etruschi, gli Umbri, i Galli. I romani offrono agli Equi la civitas sine suffragio (cittadinanza senza diritto di voto) l'equivalente di un'annessione pacifica. Gli Equi rifiutano. I Romani attaccano una dopo l'altra tutte le lore rocche fortificate e la stirpe degli Equi fu sterminata. Racconta Tito Livio:"...scoperte per mezzo degli esploratori le intenzioni del nemico, portando intorno la guerra nelle città e assediandole tutte, in cinquanta giorni ne presero trentuno: esse per la maggior parte vennero abbattute ed incendiate e il popolo degli Equi fu quasi completamente sterminato. Si celebrò il trionfo sugli Equi; e la loro rovina fu di esempio, tanto che i Marrucini, i Marsi, i Peligni e i Frentani mandarono parlamentari a Roma a chieder pace e amicizia. A questi popoli, dietro loro richiesta, fu concessa l'alleanza....".
I resti del centro fortificato di Monte Frontino sono un esempio di oppidum aequo. Una cinta muraria di un chilometro racchiude al suo interno una seconda recinzione dove erano collocate capanne ed abitazioni stabili.
Ma nelle montagne più appartate, gli Equicoli scamparono al massacro. Li salvò il loro isolamento. Conservarono e tramandarono attraverso il Medioevo e l'età moderna, la loro originaria identità. Più tardi, nel territorio che era stato degli Equi, ormai semideserto, furono dedotte le colonie di Alba Fucens, presso il confine con i Marsi (nel 303 a.C.) e di Carsioli, tra Alba e Tivoli (tra il 302 e il 298 a.C.). In epoca augustea, nel Cicolano, vennero istituiti due Municipi: Cliternia, (l'attuale Capradosso), e la Res Publica Aequicolanorum composta da una quarantina di vici, villaggi, posti sulle alture. Il centro principale era il villaggio di Nersae, identificato fra Nesce e Pescorocchiano, in località S. Silvestro. A questi si aggiunsero, in età repubblicana, le ville rustiche, strutture prevalentememnte agricole.
I barbari. Si disfece l'impero romano e seguirono guerre ed invasioni di barbari. A tanta devastazione, come se non bastasse, si aggiunsero terremoti ed altre catastrofi naturali e gli insediamenti del Cicolano andarono in completa rovina.
Il Cristianesimo. Dal VI-VII secolo d.C. si diffuse il monachesimo benedettino ed i monaci farfensi rioccuparono in parte gli antichi villaggi, riorganizzarono ed amministrarono il territorio, lo disseminarono di molte pievi.
I Longobardi. Costituirono la Massa Cicolana e ne fecero un gastaldato. Con l'annessione del Cicolano al Ducato di Spoleto, gli insediamenti costituiti dai piccoli casali di origine romana e legati ai latifondi vennero sostituiti da agglomerati urbani. Ma a partire dall'VIII secolo d.C. le lotte per le divisioni ereditarie misero in crisi la classe dirigente locale, di origine longobarda. Si rafforzò invece il potere monastico, sostenuto dalle significative donazioni dei longobardi (e poi dei franchi) e molti possedimenti degli ex invasori andarono ad arricchire le grandi Abbazie.