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| Fabbriche di illusioni. L’America processa le scuole di scrittura |
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| Attualità |
| Venerdì 14 Agosto 2009 12:07 |
Pochi pubblicano, e paga l’universitàFonte: Corriere della Sera di Livia Manera Umiliazione e disciplina. Si potrebbe scrivere un trattato su questi due ingredienti — alla base della formazione di un’istituzione come l’esercito — ma qui non si parla di soldati. Si parla di scrittori e di un movimento anti-istituzionale come la letteratura: la letteratura americana, in particolare, che, nell’opinione interessante e controversa di uno studioso della University of California di Los Angeles, è così segnata dall’impronta dei corsi di scrittura creativa fioriti negli ultimi de cenni, da produrre oggi più romanzi di qualità che lettori disposti a leggerli. Sostiene Mark Mc Gurl in The program era, recentemente pubblicato dalla Harvard University Press, che «l’affermarsi dei programmi di scrittura creativa è il più im portante evento nella storia della letteratura americana del dopoguerra». Nessuno lo aveva mai scritto, nessuno, cioè, aveva mai osato prende re in esame mezzo secolo di narrativa e rileggerla alla luce di un paradosso: che quegli stessi corsi di specializzazione post laurea (Mfa), i cui docen ti spesso illustri, da Doctorow a Toni Morrison, sono i primi ad ammettere che il talento letterario non si può insegnare, hanno profondamente influito sulla cultura di una nazione. Quello che si può insegnare, naturalmente, è una certa tecnica, ma quasi nessuno crede che l’arte possa essere insegnata nelle università. Né i docenti di lungo corso come Kay Boyle, che dopo sedici anni alla San Francisco State University, ha scritto che «tutti i programmi di scrittura creativa dovrebbero essere aboliti per legge». Né un romanziere inglese e grande insegnante come Malcolm Bradbury (scomparso nel 2000) che prima paragonò i corsi di scrittura creativa al l’hamburger, «un ibrido volgare che nessuna persona sensata si sognerebbe mai di mangiare», ma è stato il primo a inaugurare un master di Creative Writing in Inghilterra (alla East Anglia University nel 1970), dove lui stesso ha insegnato, tra gli altri, a Ian McEwan. Prima di esportarli in gran parte del mondo, l’America ha sperimentato i corsi di scrittura cre ativa in modo sporadico fin dalla fine dell’800. Poi, nel 1936, è nato l’Iowa Writing Workshop, il master più prestigioso, dove hanno studiato e/o insegnato John Cheever, Marilynne Robinson, Kurt Vonnegut, Philip Roth, T.C. Boyle, Robert Lowell, Michael Cunningham, Nathan Englander e si potrebbe continuare all’infinito. Solo nel dopoguerra, però, gli Mfa in Creative Writing hanno cominciato a diffondersi. E se vogliamo giocare al gioco di McGurl, la lista degli scrittori che si sono legati a università americane attraverso i seminari di scrittura, è infinita: John Hawks e Robert Coover alla Brown; Wallace Stegner a Stanford; E. L. Doctorow alla NYU; Philip Roth all’Iowa, Bard e Princeton; Joyce Carol Oates e Toni Morrison a Princeton; Jonathan Safran Foer alla NYU, Gary Shteyngart all’Hunter College e alla Columbia... E ancora: Vonnegut ha insegnato a John Irving; Michael Chabon, Alice Sebold e Ri chard Ford hanno studiato con Doctorow, Foer con la Oates, McInerney con Carver, e così via. Oggi in America i master in scrittura creativa sono 153 contro i 15 di trent’anni fa. E questo significa che scrivere un libro di qualità medio-alta diventa più facile che pubblicarlo (ma si può sempre vivere insegnando ad altri aspiranti scrittori). Il che dà ragione ad Allen Tate, il poeta e romanziere che ha fondato il programma di Scrittura Creativa di Princeton, quando con una certa autoironia e pessimismo sostiene che «lo Scrittore Creativo Laureato si mette a insegnare Scrittura Creativa, e produce altri Scrittori Creati vi che non sono scrittori, ma che producono altri Scrittori Creativi che non sono scrittori». Charles McGrath, il giornalista letterario del «New York Times» che a lungo è stato direttore della sua «Book Review», deve essere della stessa idea di Tate se oggi rimprovera all’autore di The program che «in tutto il fenomeno descritto in questo libro c’è un elemento che l’autore non prende in considerazione». Come nello scandalo finanziario Madoff, ci sarebbe insomma un elemento di truffa alla base di questo sistema. Scrittori che pubblicano ma anche che non pubblicano insegnano a scrivere libri pubblicabili ad altri scrittori che non pubblicheranno, o avranno difficoltà a pubblicare. Non potendo quasi nessuno contare sui diritti d’autore, l’università americana li mantiene tutti. Viceversa, sul «New Yorker», uno storico delle idee sofisticato come Louis Menand (Il circolo metafisico, Rizzoli), si è divertito a descrivere il seminario di scrittura creativa come una specie di terapia di gruppo «che forza le persone a fare due cose fondamentalmente contrarie alla natura umana: scrivere (invece di coltivare l’intenzione di scrivere) e poi starsene lì ad ascoltare degli sconosciuti fare a pezzi quello che hanno scritto » (umiliazione e disciplina). Il tutto sotto la direzione di «uno scrittore di successo che non è stato formato per l’insegnamento, e che con ogni probabilità è tristemente o allegramente scettico riguardo la premessa su cui si basa l’intera impresa: e cioè che si possa insegnare a scrivere creativamente». Menand dal canto è altrettanto scettico. Se non altro per aver seguito da ragazzo parecchi seminari, con l’aspirazione fallita di diventare poeta. In quei seminari, riflette oggi ironico alla luce di questo dibattito, «sono forse riuscito a trarre vantaggio da qualche forma di riflessione modernista? Non mi pare... E tuttavia ho pensato che quello che accadeva lì dentro fosse più im portante di qualunque altra cosa... Io non credo che i seminari mi abbiano insegnato granché dal punto di vista del metodo, ma mi hanno insegnato l’importanza del fare le cose, non solo del leggerle. Perché quando fai una cosa, quella cosa ti sta a cuore, e questo rende più facile avere attenzione per le cose che fanno gli altri». «E se gli studenti — conclude Menand — per ignoranti che possano essere, hanno a cuore le stesse cose, allora imparano gli uni dagli altri. Io ho smesso di scrivere poesie dopo la laurea, e non ho mai pubblicato un verso, il che mi mette nella maggioranza delle persone che hanno in trapreso un corso di scrittura creativa. Ma sono certo che quest’esperienza condivisa con altre persone abbia influenzato, molto dopo l’università, le scelte che ho fatto nella vita. E non la sostituirei con nulla al mondo». |
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