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Polemiche, invidie e odore di Nobel per i neuroni specchio di Rizzolatti PDF Stampa E-mail
Attualità
Giovedì 13 Agosto 2009 09:45
Giacomo RizzolattiIl "sistema mirror" si attiva perfettamente anche nei non vedenti. Ma la teoria che potrebbe portare il Nobel a Parma e che affascina anche artisti e filosofi suscita polemiche: "I neuroni specchio non esistono" dice un docente di bioingegneria dell'università di Udine

Fonte: la Repubblica
di Maria Chiara Perri

Neuroni specchio, così i ciechi percepiscono il mondo

Non è necessario che gli occhi funzionino per poter percepire il mondo circostante. Infatti, il nostro cervello è capace di ricavare informazioni utili a ricostruire l'ambiente da tutti e cinque i sensi. Le cellule nervose finora considerate il motore dell'imitazione visiva, i cosiddetti neuroni specchio scoperti dal professor Giacomo Rizzolatti dell'Università di Parma, funzionano perfettamente anche in chi è cieco dalla nascita.

E' quanto emerge da una ricerca italiana pubblicata sul Journal of Neuroscience e coordinata da Pietro Pietrini, direttore del dipartimento di Medicina di laboratorio e Diagnostica molecolare dell'Azienda ospedaliera universitaria di Pisa. Grazie alla risonanza magnetica funzionale effettuata su persone non vedenti, si è visto che il "sistema mirror" si attiva anche quando è stimolato da suoni di azioni compiute, come il battere di un martello su un chiodo o il bussare a una porta.

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Il cervello è insomma una macchina complessa programmata per svilupparsi anche quando manca l'esperienza visiva. Ma la scoperta made in Parma che potrebbe portare il nobel nella nostra città, se da una parte trova innumerovoli estimori non solo in campo scientifico ma anche filosofico, sociologico e artistico, dall'altra sembra ancora suscitare polemiche. Tanto che c'è chi ne mette in dubbio l'esistenza.

La polemica da Udine: "Neuroni specchio? Non esistono"
L’attacco ai neuroni specchio si scatena sul ring. Quello del Madison Square Garden di New York, dove il 17 aprile 1967 il pugile triestino Nino Benvenuti scansò un sinistro di Emile Griffith con un tempo di reazione di 16 centesimi di secondo. In pratica, capì quello che l’avversario stava per fare prima che iniziasse l’a zione. "Grazie all’esperienza e non ai neuroni specchio, che per attivarsi avrebbero necessariamente provocato un ritardo". Questo è uno degli esempi portati da Paolo Pascolo, docente di bioingegneria dell’Università di Udine, per sostenere la sua convinzione: i neuroni specchio non esistono, né sull’uomo né sulle scimmie. Lo afferma in uno studio pubblicato su Rivista Medica nel dicembre 2008, mesi prima della querelle scoppiata lo scorso maggio, quando i colleghi dell’università di Trento osarono sollevare dubbi la rivoluzionaria scoperta (che risale al 1992) del team parmigiano. Oggi Pascolo rincara la dose, rivendicando la paternità dello scetticismo in un’intervista a BrainFactor.

Ma prima di entrare nel merito delle critiche, ricordiamo in che cosa consiste la teoria dei “mirror neurons”: si tratterebbe di una porzione di cellule cerebrali visuomotorie che si attiva sia quando si compie un’azione sia quando la si osserva, anche il modo parziale. La scoperta del team del professor Rizzolatti dell’ateneo di Parma risale ai primi anni Novanta. Vennero effettuati esperimenti sui macachi: le scimmie capirebbero i gesti altrui compiendoli nella mente attraverso l’attivazione delle stesse aree del cervello che servono per compiere tali comportamenti. La capacità di capire è quindi simulazione. Una scoperta rivoluzionaria per la psicologia cognitiva, perché mette al centro dei meccanismi di comprensione la dimensione sociale e ascrive al sistema motorio attributi cognitivi, mettendo in discussione la teoria della mente. La nostra capacità di relazionarci con l’altro, di capirne le emozioni e persino di provarle quando le vediamo, è dovuta alla presenza di neuroni specchio e non all’attivazione di aree specifiche del nostro cervello.

Invece no, sostiene il professor Pascolo. Se i neuroni che fanno il “mirror” di un’azione sono gli stessi che eseguono un’azione, ci sarebbe una sorta di doppio circuito in caso di contemporaneità. Tornando all’esempio del pugilato, le manovre anticipatorie non sarebbero dovute ai neuroni specchio ma all’esperienza: “Ore e ore di allenamento, sia nel caso di Benvenuti sia degli altri – dichiara Pascolo aBrainfactor – se uso una determinata circuiteria neuronale per esaminare un gesto e uso la stessa per eseguirla debbo sicuramente imputare alla mia fase di esecuzione il tempo necessario perché il neurone faccia la sua funzione di specchio: copiatura del gesto dell’altro per comprenderlo. Quindi ritardi. Quanto? Non meno di 130-150 ms. Interpretazione, trasmissione ai motoneuroni, reclutamento muscolare. Inizio contrazione. Invece prima dell’istante “zero” nei muscoli deputati al movimento del tronco di Benvenuti si stava verificando la contrazione”. Prima che Griffith caricasse braccio e pugno, quindi, Benvenuti avrebbe osservato posizione dei piedi e caricamento del peso dell’avversario, anticipato l’azione e agito di conseguenza. Ugualmente, quando Bolt scatta dopo lo sparo in 15 millisecondi, non lo farebbe grazie al sistema specchio ma per una reazione in due tempi, percezione e reazione.

D’altra parte, la teoria di Rizzolatti poggia su una solida base di 400 studi pubblicati sull’argomento. I neuroni specchio sono stati “visti” sulle scimmie grazie a misurazioni fisiologiche dirette della scarica dei neuroni. Ma Pascolo non è convinto. Le sperimentazioni sull'imitazione dei primati, poi, sarebbero inadeguate: “Per me in alcuni casi la scimmia era in ritardo, in altri in anticipo. Ossia la scimmia non copiava ma, a modo suo, scimmiescamente, pensava: so quello che fai, se fossi al tuo posto farei così, so già quello che farai, ecc.”. Per provare la presenza di neuroni specchio nell’uomo ci sono invece numerose evidenze scientifiche indirette, per l’impossibilità di utilizzare tecniche invasive. Ma, sempre secondo Pascolo, “se si è convinti dell’e sistenza dei neuroni specchio nei primati le evidenze scientifiche indirette conducono al consolidamento delle proprie convinzioni”.

GUARDA Gli esperimenti sui macachi

Il professore friulano vorrebbe rivedere tutto ciò che è stato scritto (e sembra ormai assodato) sul sistema mirror, anche in collaborazione con i colleghi parmensi: “Andrebbe chiarito il protocollo sperimentale, ma soprattutto andrebbe esaminato in dettaglio anche il “capostipite” dei lavori, quello del 1992 di Di Pellegrino e colleghi”. Per ora, dichiara, le sue mail dirette al team Rizzolatti non avrebbero avuto risposta. A quanto pare, nella patria dei neuroni specchio le sue argomentazioni hanno suscitato ben poca empatia.

L'artista Jan Fabre: "Rizzolatti il mio vero eroe"
A riprova di quanto la teoria del sistema mirror abbia affascinato anche il mondo dell'arte, ci sono le recenti dichiarazioni del poliedrico Jan Fabre, artista visivo, coreografo, regista teatrale e scenografo belga. Il geniale "mago" sarà a Roma a novembre con il suo spettacolo "Orgy of tolerance". In un'intervista a L'Espresso, spiega come la teoria dei neuroni specchio sia fondamentale per il suo lavoro, tanto da definire Rizzolatti uno dei suoi eroi.

LEGGI L'INTERVISTA DE L'ESPRESSO

"Troubleyn" si chiama la sua factory e la compagnia teatrale. "Un laboratorio completo di lavoro sul corpo - dice Fabre - dove s'incontrano attori, artisti, scienziati. Sa che gli scienziati sono i miei veri eroi? Ho fatto di tutto per incontrare Giacomo Rizzolatti, lo conosce, no? È lo studioso che ha scoperto i neuroni specchio. Per me, principio base di ogni spettacolo, la spiegazione scientifica del coinvolgimento del pubblico. Il motivo per cui, pur stando fermi in poltrona, viviamo i movimenti degli attori sul palcoscenico o le corse dei calciatori in tv. Questa specularità tra il cervello e ciò che vediamo cambia la nostra chimica, la nostra biologia. Il problema non è lo stato emotivo, ma quello fisico: la chimica del corpo. Il sangue che pulsa, la pressione che sale...".
 

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