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Gli universitari iraniani: «Ecco la nostra strada per la libertà» PDF Stampa E-mail
Attualità
Giovedì 23 Luglio 2009 10:21

iranIl Sole24Ore.com ha incontrato alcuni ragazzi in Italia per motivi di studio. Nonostante i timori per la loro sicurezza non si tirano indietro: «Niente sarà più come prima». In contatto quotidiano con Teheran sognano un Iran diverso. Ma non vogliono l'intervento dell'Occidente

Fonte: Il Sole24Ore.com
Autore: Vittorio Carlini

«Abbiamo bisogno di essere ascoltati. Il silenzio non deve cadere su ciò che sta accadendo a Teheran». Hanno voglia di parlare gli studenti universitari iraniani in Italia. Certo, le precauzioni sono d'obbligo. «Dall'inizio delle manifestazioni ci controllano: le nostre e-mail, i messaggi su Facebook vengono monitorati. E, soprattutto, i nostri parenti si trovano in Iran». Così l'accordo con Il Sole24Ore.com, che ha incontrato alcuni di loro a Milano, è di pubblicare nomi inventati: Arash, Ashkan e Myrian. Per sicurezza. Anche se, poi, la faccia ce la mettono, eccome. Come in un recente incontro, organizzato dall'associazione 11mt, che li ha visti dialogare con decine di ragazzi del capoluogo lombardo.

No alla paura
«Non bisogna farsi bloccare dalla paura – dice Arash, 26 anni, che ha conosciuto la durezza e la violenza degli interrogatori di polizia nel suo Paese – Il regime mira a colpire la singola persona per incutere terrore a tanti. Ma in ballo c'è la tua libertà. Non devi fare il loro gioco». Così la scelta è di parlare, fare capire ciò che accade. Con una maturità, e una consapevolezza, inconsueta in ragazzi della loro età. «Ma quando vivi certe situazioni – sottolinea Arash, che solo 11 mesi fa era ancora in Persia – ti obbligano a crescere. Ho diversi amici, studenti universitari, che hanno partecipato alle manifestazioni contro i brogli elettorali delle ultime elezioni presidenziali, e che sono scomparsi. Sono stati arrestati e se ne sa più nulla. Chiedevano solamente dov'era finito il loro voto».

Vogliamo elezioni libere
Già, il voto. In Occidente c'è chi ha ricordato che Mir-Hossein Moussavi, per molto tempo, è stato ai vertici dello stato iraniano. Per voi il canditato moderato rappresenta veramente il cambiamento? «In effetti - risponde Ashkan, 23 anni – Moussavi è stato primo ministro durante la terribile guerra con l'Iraq. Tuttavia, negli ultimi anni si è allontanato dai vertici governativi. Ciò detto, voglio dire che quest'aspetto non è così rilevante». In che senso? «La gente lo ha votato perché voleva dare un segnale di rottura contro la compattezza del potere religioso-militare rappresentato da Ahdma-Dinejad». «Quello era l'obiettivo – fa da eco Arash- . Al di là della reale capacità di Moussavi di rappresentare il nuovo corso. Se fosse stato nominato presidente, forse il processo graduale di democratizzazione sarebbe iniziato». E invece? «Invece, sappiamo tutti com' è andata – risponde Ashkan-. In poche ore hanno proclamato vincitore Ahdma-Dinejad. Un insulto alla nostra intelligenza: i voti non possono essere stati contati in così poco tempo. Noi abbiamo protestato e loro hanno risposto con la violenza».

La continuazione della rivoluzione del '79
Che accadrà adesso? «Difficile dire - afferma Ashkan – Di certo le posizioni si radicalizzano». Diversi commentatori sostengono ci sia uno scontro tra conservatori. Da un lato la classe dirigente di estrazione rivoluzionaria, permeata da esponenti del clero combattente, più pragmatica e votata alla moderazione; dall'altro le nuove leve, in gran parte reduci della guerra con l'Iraq, selezionate tra i Pasdaran e le milizie Basiji, che rappresentano l'ala intransigente del regime. «Non credo a una spaccatura. È solo una possibilità. Il potere è troppo fragile e non può permettersi defezioni. Solo di una cosa sono certo». Vale a dire? «Ci teniamo in contatto tutti giorni con l'Iran e la gente ci dice di sentirsi più forte. Anche dopo l'ultima preghiera del venerdì c'è la consapevolezza che le cose stanno cambiando. A differenza del passato, non sono solo gli studenti a manifestare. Ci sono contadini, operai, impiegati. La gente non ce la fa più e si ribella». Una rivolta ampia, trasversale come mai prima. «È - ha affermato Myrian durante l'incontro con i ragazzi milanesi- la continuazione ideale della rivoluzione del '79 quando, subito dopo la cacciata dello Shah e prima dell'affermarsi del regime religioso, la gente sperava in uno stato comunque più libero, costituzionale». «Poi - aggiunge Arash - l'accumularsi di anni e anni di repressione, di delusioni, anche anche nei confronti dei riformisti, di divieti a socializzare ha portato il popolo a dire basta». «Basta contro una tirannide sessuofoba (leggi La controrivoluzione sessuale in Iran, ndr) che, nonostante la società iraniana sia molto più evoluta di quanto pensiate in Occidente, ha creato una tensione fortissima sulle persone, soprattutto noi giovani. Come pensare che questa cappa oppressiva, in questi anni anche di dura crisi economica a Teheran, non potesse scoppiare nella voglia di modificare lo status quo?».

Le donne in prima linea
Quello status quo duramente contestato nelle ultime proteste dove, come ha sottolineato Sara Hejazi proprio sul Sole24Ore, la donna ha assunto un ruolo fondamentale. L'immagine di molte ragazze che manifestano ha stupito parte del mondo, che generalmente non si aspetta un genere femminile così combattivo in un paese islamico. «In Iran le donne sono duramente discriminate – dice Arash -. Una ragazza, per esempio, se non arriva vergine al matrimonio subisce mille violenze. Viene isolata, scacciata dalla famiglia e anche peggio. Paradossalmente, però, la rivoluzione islamica del '79 ha permesso alle ragazze di studiare: le donne rappresentano il 60% della popolazione universitaria». «Le mie amiche – aggiunge Ashkan –sono sempre le migliori. Lavorano più duro di noi ragazzi e riescono meglio. Sanno che hanno molti più ostacoli , oltre a rischiare molto di più, nel vivere quotidiano. E, per questo, sono più consapevoli, più pronte e decise nel rivendicare i diritti». Diritti che potrebbero essere conquistati con anche con l'intervento dell'Occidente? «Vogliamo essere ascoltati e chiediamo il vostro sostegno. Ma non vogliamo alcun intervento nel nostro Paese. Siamo pronti a camminare con le nostre gambe».

 

 

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