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Cervelli 2009. Fuga dall’Italia, esiliati e scontenti. L’esodo non si ferma PDF Stampa E-mail
Attualità
Mercoledì 17 Giugno 2009 18:24
fugaIl 10 per cento dei ricercatori del Lazio, secondo la Filas, ha scelto di lavorare in altri Paesi. Stati Uniti, Gran Bretagna e Germania le mete preferite

Fonte: Terranews.it
di Elida Sergi

Uno dei primi e dei più famosi, quello che ha fatto in un certo senso da apripista, è stato Riccardo Giacconi. Premio Nobel per la Fisica 2002 e “cervello in fuga” dall’Italia nel 1954. Nato a Genova, si è laureato a Milano ma è solo negli Stati Uniti che ha avuto la possibilità di lavorare e raggiungere risultati giudicati di assoluta eccellenza dalla Reale accademia delle scienze di Stoccolma che gli ha attribuito l’ambito riconoscimento.
Poi, a partire soprattutto dagli anni Novanta, c’è stato un vero e proprio esodo dei ricercatori italiani all’estero, in particolar modo quelli che operano in ambito scientifico. Tanto per fare un esempio concreto, i ricercatori universitari nel Lazio alla fine dello scorso anno erano 2.813, distribuiti su nove atenei, e un 10 per cento del totale ha scelto di lavorare in Paesi diversi dall’Italia. Mete prescelte sono state per lo più gli Stati Uniti (60 per cento dei casi), la Gran Bretagna (25 per cento) e la Germania (15 per cento).
Questi dati, diffusi dalla Filas (la Finanziaria laziale di sviluppo), fanno emergere una situazione lievemente peggiore che nel resto d’Italia: la media nazionale di dispersione all’estero dei cerveli formatisi nelle nostre università è infatti pari all’8 per cento del totale. La Filas ha anche condotto uno studio sugli stipendi dei ricercatori che operano nella regione, dal quale emerge che (quando vengono pagati) i dottori guadagnano una cifra compresa tra gli 800 e i 1.200 euro.
Cifre non altissime se si considerano le retribuzioni di altri Paesi europei, ma comunque dignitose rispetto alla media italiana che si aggira intorno ai 700 euro. Il vero limite, però, sembra essere rappresentato dall’età: i nostri universitari ottengono la borsa di dottori di ricerca troppo tardi, all’età di 34 anni. E si tratta di un dato che accomuna l’intera penisola.
In Europa, però, ci si trova poi a fronteggiare la concorrenza di altri ricercatori che hanno un percorso simile ma con dieci anni in meno, un vantaggio innegabile anche per le aziende in cerca di nuove professionalità. La disparità è in qualche modo dovuta al sistema delle università pubbliche italiane, carrozzoni lenti e macchinosi in cui spesso i ragazzi si trovano ad autogestirsi perché regna la più completa anarchia, o peggio luoghi in cui il nepotismo è a livelli talmente elevati da impedire completamente l’assorbimento lavorativo di chi è bravo.
E così tantissimi chimici, fisici e astronomi che si sono formati in Italia e vorrebbero rimanerci per fare ricerca, talmente tanti che è difficile persino quantificarli nel complesso, alla fine si ritrovano con le mani legate e scelgono di andare all’estero. Qualcuno in Italia ci lascia il cuore e gli affetti, la maggior parte alla fine neppure quelli. Però si cerca di fare “sistema”, tanto che recentemente (il 19 maggio scorso per la precisione) è nata un’anagrafe dei ricercatori italiani all’estero.
 

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