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Attualità
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Mercoledì 07 Settembre 2011 |
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Un rapporto dell’Università di Washington rivela che l’estate scorsa il volume di ghiaccio marino della regione ha raggiunto il livello più basso della storia recente
Fonte: Terra di Michele Trionfera
La cura e lo sfruttamento dell’ambiente sono i due paradigmi su cui si gioca il futuro dell’uomo. Questi temi s’intrecciano nella questione della regione artica. Una ricerca condotta dall’Università di Washington, a Seattle, sotto la direzione di Axel Schweiger, responsabile del Centro di Studi polari, di cui l’agenzia Reuters ha dato anticipazione, ha concluso che l’estate scorsa il volume di ghiaccio marino artico ha raggiunto il livello più basso nella storia recente. I ricercatori hanno sviluppato un modello di previsione dello spessore del ghiaccio basandosi sull’osservazione dei venti, dell’aria e della temperatura dell’acqua e lo hanno poi confrontato con i risultati delle esplorazioni sottomarine e delle immagini satellitari. Per Schweiger il fatto più preoccupante è che negli ultimi trent’anni la tendenza alla diminuzione dei ghiacci è stata sempre più forte. La maggior parte degli esperti ritiene ormai inevitabile il fatto che questo secolo vedrà l’Oceano Artico totalmente libero dai ghiacci. Quello che preoccupa ambientalisti e scienziati stimola sempre più gli interessi economici ed energetici dei Paesi industrializzati. Nell’Artico vi sono serbatoi di petrolio pari a 160 miliardi di barili. Lo scioglimento dei ghiacci, provocato dall’innalzamento della temperatura dovuto alla combustione degli idrocarburi, rende facilmente accessibili le risorse energetiche nascoste e modifica le rotte commerciali tra Atlantico e Pacifico. Il paradosso della questione è stato sottolineato dall’attivista di Greenpeace Ben Ayliffe a maggio scorso, pochi giorni dopo la firma del trattato di cooperazione dei Paesi circumpolari: «Invece di guardare allo scioglimento dei ghiacci come a un problema da affrontare, figlio del cambiamento climatico, i leader delle nazioni artiche stanno investendo in armamenti per prepararsi a combattere per il petrolio che c’è sotto. Si stanno attrezzando per estrarre quegli stessi combustibili fossili che sono la causa prima dello scioglimento dei ghiacci». Ora che la corsa al tesoro artico è ufficialmente partita, con la Russia e gli Stati Uniti in testa dopo l’accordo di cooperazione tra ExxonMobil e Rosneft, alle voci allarmanti sullo scioglimento dei ghiacci si aggiungono quelle preoccupate dalle possibili conseguenze delle trivellazioni. Peter Wadhams, professore di Oceanografia all’Università di Cambridge e massimo esperto mondiale del ghiaccio artico, protagonista della prima esplorazione civile sottomarina della zona nel 1971, ha lanciato un avvertimento sui rischi di un incontrollabile disastro naturale causato dalle esplorazioni petrolifere. Eventuali fughe di greggio da trivellazioni sottomarine sarebbero di difficilissima gestione nelle condizioni ambientali dell’Artico. Il petrolio verrebbe a contatto con la superficie del ghiaccio e poi assorbito dallo stesso e così trasportato attraverso l’oceano e rilasciato ai primi caldi: «Una volta che fosse rilasciato in primavera il petrolio sarebbe molto più tossico perché l’incapsulamento nel ghiaccio lo preserverebbe dagli agenti atmosferici e al posto dell’evaporazione della parte più leggera e della trasformazione in palline di catrame della parte più pesante si avrebbe il petrolio puro». Fattori geografici, chimici e fisici fanno della corsa alle riserve energetiche artiche la più pericolosa forma di esplorazione petrolifera mai tentata. |