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Non si può certo affermare che l’Italia ed il nostro mondo accademico non siano in buona compagnia
Fonte: Meridianionline.org di Andrea Polidoro
Le proteste studentesche dell’autunno del 2010, così come quelle dell’autunno 2008, hanno rappresentato uno dei momenti più alti di unione e di condivisione di ideali sperimentato dal nostro Paese nel decennio appena concluso.
Sommovimenti analoghi si sono registrati, nel corso di questo biennio, in Grecia, Regno Unito ed Irlanda: la ragione risiede nella crisi economica, nata negli Stati Uniti e poi diffusasi a macchia d’olio in tutto il mondo, la quale non ha risparmiato il Vecchio Continente ed il suo sistema di istruzione.
Nelle scorse settimane, la Federazione Lavoratori della Conoscenza, l’organo dell’Area Scuola della CGIL, ha analizzato quali saranno, in concreto, gli effetti della norma n. 240/10 sul sistema universitario italiano. Nel 2013, il Fondo di Finanziamento Ordinario, la voce di bilancio più consistente degli atenei, costituita dalle sovvenzioni statali, sarà di 6,45 miliardi di euro. Nel 2008, lo stesso era di 7,41 miliardi: il mondo accademico si trova a dover affrontare, quindi, un taglio netto del 12,95% dei finanziamenti erogati dallo Stato. Inoltre, relativamente allo stesso periodo, vengono dimezzate le risorse per i Centri Universitari Sportivi, che passano dagli 11,19 milioni di euro del 2008 ai 5,36 del 2013, e per il Diritto allo Studio, da 151,98 a 77,37 milioni di euro.
Ma non si può certo affermare che l’Italia ed il nostro mondo accademico non siano in buona compagnia.
L’Associazione delle Università Europee, (European University Association.: EUA), nata a Salamanca nel marzo 2001 e con sede a Bruxelles, ha monitorato gli effetti prodotti della crisi economica sull’istruzione superiore in Europa a partire dal 2008. Dalle analisi svolte emerge un quadro molto variegato; la crisi ha risparmiato pochi sistemi universitari e non ha ancora mostrato la reale portata delle sue conseguenze. I Paesi in cui sono stati attuati o sono previsti, in pochi anni, tagli al finanziamento pubblico dell’istruzione superiore maggiori del 20% sono Grecia, Italia, Regno Unito, esclusa la Scozia che ha un sistema speciale, e Lettonia, quest’ultima al primo posto di una poco gloriosa classifica con un ridimensionamento del budget del 48% nel 2009 più un ulteriore 18% nel 2010. Meno colpite sono le università irlandesi, le cui risorse sono state ridotte circa del 10% nel 2010 e del 7% nel 2011, mentre Estonia, Romania, Islanda e Lituania hanno subito una perdita compresa tra i sei e i dieci punti percentuali. Infine, tagli inferiori al 5% si sono registrati in Repubblica Ceca e nei Paesi balcanici; i Paesi scandinavi, Polonia, Svizzera e Paesi Bassi sono gli unici in cui non si osservano diminuzioni dei finanziamenti. In Ungheria ed in Belgio, invece, i governi, alla luce di una situazione economica delicata, hanno abbandonato gli impegni presi precedentemente per l’incremento delle sovvenzioni.
I tagli descritti, in media, incidono maggiormente sull’insegnamento che sulle attività di ricerca. Le uniche eccezioni a questo trend sono rappresentate dalla Francia, dove, nel 2010, l’esecutivo ha stanziato 11 miliardi di euro per il miglioramento globale della qualità dell’istruzione superiore e 8 miliardi per la ricerca, e dalla Germania, dove il finanziamento alle università è fornito dalle autorità regionali, il cui governo federale ha incrementato il fondo di sicurezza di 800 milioni di euro.
Il report della EUA si sofferma in particolare sul rischio, non più potenziale, di perdita di autonomia delle università. La capacità di rispondere agli effetti della situazione economica attuale dipende ampiamente dal livello di autonomia istituzionale e, soprattutto, finanziaria. I finanziamenti privati costituiscono adesso una parte essenziale del budget delle università, ma questi sono molto difficili da ottenere e mettono a repentaglio la possibilità dei vertici accademici di assegnare le risorse in maniera strategica.
In conclusione, il sistema universitario esce notevolmente ristrutturato nei suoi principi e fondamenti; ciò che preoccupa maggiormente è la consapevolezza del fatto che gli Stati europei si sono dimostrati pronti a sacrificare i propri sistemi educativi, e quindi il futuro delle proprie generazioni, alle incombenti esigenze economiche.
Come possiamo facilmente osservare dalla lettura dei Trattati, l’Unione europea non ha ampi margini di manovra e di influenza nelle politiche educative alla luce del fatto che gli Stati membri hanno adottato provvedimenti molto diversi tra loro per far fronte alla congiuntura economica. Il 2011 sarà un anno cruciale: non è ancora chiaro quando la crisi avrà cessato di produrre effetti e, soprattutto, nulla lascia intendere che la situazione non possa continuare a peggiorare. |