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Chi paga davvero le tasse universitarie? In università non vanno soltanto i figli di papà PDF Stampa E-mail
Attualità
Mercoledì 17 Novembre 2010

Chi paga davvero le tasse universitarie? In università non vanno soltanto i figli di papàSul Sole 24 Ore del 12 novembre Roberto Perotti striglia da par suo gli studenti inglesi che protestano contro l'aumento delle tasse universitarie

Fonte: Il Sole 24 Ore
di Pietro Ignazi

Il nocciolo della sua argomentazione, che ribadisce convinzioni più volte espresse, è che, tanto in Gran Bretagna quanto in Italia, l'istruzione superiore deve essere pagata da chi ne usufruisce: e visto che gli studenti sono in prevalenza "figli di papà", e quindi possono permettersi tasse più alte, è ingiusto che siano tutti i cittadini, compresi i meno abbienti, a pagare le spese dell'istruzione universitaria. Un ragionamento, quello di Perotti, che è condivisibile solo a due condizioni.

La prima è che vi sia una netta sperequazione nella rappresentanza sociale degli studenti universitari. Se gli atenei fossero pieni di figli di benestanti, allora i "tanti ricchi" dovrebbero giustamente mettere mano al portafoglio per pagare le spese ai relativamente "pochi poveri". In realtà, contrariamente a una diffusissima idea ricevuta, l'origine sociale degli studenti italiani non è così concentrata tra le famiglie ad alto reddito. L'ultima inchiesta condotta da Almalaurea nel 2009 su un campione di più di 170mila studenti mostra che i figli della borghesia in senso proprio (liberi professionisti, dirigenti e imprenditori con almeno 15 dipendenti) sono il 21,7%; i figli dei lavoratori salariati subordinati (impiegati esecutivi, operai) il 23,5 per cento. L'immagine di un'università a forma di piramide sociale rovesciata non sembra più applicabile al caso italiano.

C'è poi un altro punto del ragionamento di Perotti che entra in contrasto con la logica del welfare italiano. Il nostro modello di welfare pur essendo classificato come "conservatore-corporativo" - cioè indirizzato prevalentemente ai capifamiglia maschi e agli occupati adottando schemi assicurativi pubblici e legati ai contributi versati - ha anche tratti universalistici, ad esempio nel sistema sanitario e nel sistema educativo. Tutti, indipendentemente dalle loro condizioni, godono delle stesse prestazioni. Il che significa che il costo dell'intervento di emergenza a favore di un miliardario viene pagato da tutti i contribuenti indipendentemente dal loro reddito. L'universalità di un sistema di welfare "comprende" queste asimmetrie. Abbandonarle significa regredire a un sistema pre-obamiano. Infine, e questa è la seconda condizione necessaria (ma impossibile) per validare i suggerimenti di Perotti, la distribuzione della contribuzione fiscale dovrebbe essere equa.

Come riportava Il Sole 24 Ore del 12 novembre, appena l'1% dichiara più di 100mila euro, mentre la metà vive con poco di più di mille euro al mese. In una situazione così assurda, per non dire altro, come si può pensare di inserire meccanismi di responsabilità sociale? Come si dice da decenni, senza equità fiscale ogni politica sociale poggia su chi paga tutto e subito, e cioè sui dipendenti che non per nulla forniscono la maggior parte delle entrate fiscali (e rappresentano l'85% di coloro che dichiarano più di 150mila euro di reddito).

 

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