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Information and Communication Technology. L'università FA COMMUNITY PDF Stampa E-mail
Attualità
Giovedì 11 Novembre 2010

Information and Communication Technology. L'università FA COMMUNITY«Education, education, education», ripete Steven Nichols quando elenca le tre ragioni che dieci anni fa lo hanno spinto a dare il via a «Idea to Product Global Competition» (I2P)

Fonte: Il Sole 24 Ore
di Mario Salerno (Project manager presso l'Acceleratore d'Impresa del Politecnico di Milano)

Incontriamo il professore, che è direttore della Murchinson Chair of Free Enterprise nella Cockrell School of Engineering alla University of Texas at Austin, proprio pochi minuti prima della premiazione di I2P, la gara di idee imprenditoriali nate dalla ricerca universitaria, al termine di due giorni in cui 18 team provenienti da Stati Uniti, Europa e Brasile si sono contesi i premi della competizione. E, soprattutto, hanno lavorato a stretto contatto con gruppi di esperti che hanno messo sotto la lente di ingrandimento i progetti imprenditoriali dando ai proponenti commenti, suggerimenti e contatti per sviluppare al meglio le loro idee.
L'Italia era presente con Emotica Games del Politecnico di Milano, presso cui l'Acceleratore di Impresa e la Fondazione Politecnico di Milano hanno organizzato quest'anno il primo round italiano della competizione.
«La mia è la Cattedra di libera impresa – continua Nichols, – ed è stata voluta dalla famiglia Murchinson per consentire ai laureati in ingegneria e in scienze di avviare una loro azienda al termine degli studi».
Questo approccio fa parte di un percorso di cambiamento che viene da lontano. Infatti, dice Nichols, «solo trent'anni fa la città di Austin non era affatto un ambiente favorevole alla nascita di imprese a base tecnologica. L'università ha deciso quindi di impegnarsi per costruire una community nella quale gli studenti potessero essere messi nelle condizioni ideali per generare imprese tecnologiche. Abbiamo anche avviato I2P, competizione attraverso la quale è stato possibile incontrare gli studenti e incoraggiarli a pensare a come commercializzare le tecnologie su cui stavano lavorando. Molti di loro in questi anni hanno avviato imprese che oggi sono presenti sul mercato internazionale».
Entrando a contatto con I2P qui ad Austin si capisce che la "comunità" è tutt'altro che un concetto vago, per Nichols «la community è qualcosa in cui sei immerso, è qualcosa da cui sei circondato ogni giorno. L'abbiamo costruita mantenendo il rapporto con le persone che si laureavano e iniziando a condividere con loro l'idea di potere fare insieme qualcosa di importante, di potere migliorare la vita delle persone. L'attuale motto della nostra università è: "Ciò che inizia qui cambia il mondo". Penso che sia il più bel motto che abbiamo mai avuto. La costruzione della community ha a che fare con la creazione di un ambiente fatto da persone che condividono questo motto».
Nella nostra conversazione Nichols insiste molto sulla nascita di start-up come strumento che migliora la società tramite l'innovazione. Lui lavora, infatti, perché «nascano aziende che potremo trovare cresciute e solide tra qualche anno e che garantiscono posti di lavoro qualificati, gettito fiscale, sicurezza per il nostro futuro». E questo perché le start-up sono viste oggi «come uno dei migliori strumenti per creare crescita economica e occupazione».
Nichols insiste sulla necessità che l'università sia in prima linea in questo processo: «Ogni anno la nostra università riceve 600 milioni di dollari dalla società per finanziare la ricerca. Si tratta di soldi che riceviamo dai contribuenti e se chiedessimo loro per quale motivo ha senso che queste risorse vengano date all'università, penso che manifesterebbero la convinzione fondamentale che il nostro lavoro serve ad assicurare loro un futuro migliore. È questo il "contratto" tra le parti».
Gli chiediamo, allora, se c'è una contraddizione con la missione tradizionale dell'università e il professor Nichols risponde di no, perché «non c'è bisogno che ogni attività di ricerca sia pensata e avviata solo nella prospettiva della commercializzazione o dell'imprenditorialità. Noi qui facciamo ricerca di base; la ricerca applicata la devono fare le aziende perché la fanno meglio. Ma sostengo con forza la responsabilità dell'università nel l'adoperarsi a capire quali risultati della ricerca di base possano avere sbocchi commerciali o imprenditoriali e con quali modalità in un orizzonte temporale di cinque anni: se c'è una possibilità che un risultato di ricerca prenda questa direzione, noi abbiamo il dovere di sostenerla».

... Spesso le idee si accendono l'una con l'altra, come scintille elettriche.
Friedrich Engels

802
Spin-off italiani
In Italia le imprese nate dalla ricerca universitaria sono 802, calcola il Main Lab della Scuola Superiore Sant'Anna.

600
Milioni di fatturato
L'indotto degli spin-off universitari genera un fatturato annuo di 600 milioni e dà lavoro a 8mila persone.

80%
Imprese già attive
L'80% degli spin-off universitari italiani ha già un prodotto o servizio pronto per essere commercializzato.

 

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