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Lavoro. Le imprese del biotech vanno a caccia di dirigenti PDF Stampa E-mail
Attualità
Mercoledì 03 Novembre 2010

Lavoro. Le imprese del biotech vanno a caccia di dirigentiI numeri sono ancora piccoli ma se – come prevedono gli operatori del settore – lo sviluppo ricalcherà quello avviato ben 30 anni fa in America, la figura del biotecnologo è destinata a diffondersi ed evolversi per soddisfare le esigenze del mercato

Fonte: Il Sole 24 Ore
di Silvia Pieraccini

C'è un settore che in Italia non sta tagliando posti di lavoro, e anzi promette di crearne di nuovi: è quello delle biotecnologie, partito solo da pochi anni (i primi laureati risalgono a un decennio fa) e ora in fase di decollo (+3% il fatturato, +4,6% le aziende puramente biotech secondo il rapporto Assobiotec-Ernst&Young 2010), anche per colmare la grande distanza che ci separa da Stati Uniti e Europa del Nord. I numeri sono ancora piccoli ma se – come prevedono gli operatori del settore – lo sviluppo ricalcherà quello avviato ben 30 anni fa in America, la figura del biotecnologo è destinata a diffondersi ed evolversi per soddisfare le esigenze del mercato.

La trasformazione è in atto, stimolata dalla crescita delle aziende biotech (oggi sono 319, perlopiù di piccole dimensioni, per il 61% attive nel comparto salute, 13% nelle biotecnologie agroalimentari e 7% in quelle industriali) e dei parchi scientifici, e dalla riconversione in chiave biotech della ricerca industriale delle multinazionali farmaceutiche. La conseguenza è il diffondersi – accanto al "classico" ricercatore puro, impiegato perlopiù nei laboratori delle università o di enti di ricerca collegati – dei ricercatori industriali, in grado di sviluppare un'idea fino alla sua applicazione. E qui arrivano i primi dolori sul campo. «L'Università italiana non forma giovani in grado di avere un futuro fuori dalle proprie aule», sottolinea Simone Maccaferri, presidente dell'Anbi, l'associazione che riunisce più di 600 biotecnologi italiani. E aggiunge: «In Italia, a differenza del mondo anglosassone, ci si focalizza sugli aspetti della ricerca pura e non della ricerca applicata e del trasferimento tecnologico».

A lamentare inadeguate risposte del mondo della formazione alle esigenze dell'industria biotecnologica è anche Assobiotec, l'associazione delle imprese che operano nei settori delle scienze della vita e che spesso – nonostante i 60 corsi di laurea in biotecnologie di primo livello attivi, a cui si aggiungono una settantina di corsi di laurea specialistica in biotecnologie mediche, veterinarie, farmaceutiche, industriali e agrarie – sono costrette a investire nella formazione dei neolaureati, attraverso periodi di internship, per soddisfare le esigenze di personale che spaziano dal campo della ricerca industriale e applicata allo sviluppo di processo, dalla produzione al controllo qualità, fino alle aree del regulatory, del clinical monitoring e, sempre più spesso, del business development.

Accanto ai ricercatori (5.800 quelli oggi impegnati in ricerca & sviluppo biotech), figure nuove stanno emergendo anche nei parchi scientifici (e dunque, di regola, alle dipendenze di enti di gestione pubblici o a partecipazione pubblica) per fornire consulenza e coaching alle nuove imprese, o per gestire i sofisticati strumenti e macchinari messi a disposizione delle start-up. «Per adesso si tratta di piccoli numeri – spiega Francesco Senatore, responsabile Business development di Toscana Life Science, il parco scientifico di Siena (18 aziende, 120 addetti) che coordina una rete di 13 parchi biotech italiani – ma sono numeri destinati a crescere perché oggi più del 50% delle nuove imprese biotech nasce all'interno di un parco scientifico, per la necessità di laboratori e macchinari molto complessi e costosi che il parco mette a disposizione».
Il problema di queste nuove imprese biotech, una volta ingranata la marcia e superati i primi tre-quattro anni di attività, è piuttosto quello di essere sbilanciate verso la ricerca e sprovviste invece di figure manageriali. Figure professionali che si stanno affacciando nel settore biotech sono infine quelle esperte di marketing, di licensing di prodotto e di trasferimento tecnologico. «Finora chi si occupava di tech transfer aveva un background economico – spiega Maccaferri – che integrava con conoscenze in campo scientifico. Ora invece stanno nascendo master e figure professionali che partono da una preparazione scientifica». Si tratta di figure che, come spiega Senatore, sono assai diffuse nelle università americane più avanzate, dove esistono uffici con centinaia di addetti al trasferimento tecnologico, e che in Italia possono trovare impiego, oltre che nelle università e nei parchi scientifici, nelle aziende di grandi dimensioni.
Proprio i cambiamenti in atto nel mercato del lavoro hanno spinto a migliorare gli strumenti per l'incontro tra domanda e offerta: dal prossimo gennaio la piattaforma dell'Anbi (www.biotechjob.it), dove oggi sono registrate 80 aziende e presenti i curricula di 600 biotecnologi italiani, sarà riorganizzata in quattro sezioni. Grazie alla collaborazione col gruppo Biotecnologie di Farmindustria, con Assobiotec e con i parchi scientifici italiani, il sito sarà integrato con un database delle aziende biotech e biotech-oriented in Italia (chiamato Bioplayers); un professional network dei professionisti delle biotecnologie in Italia (Biopeople); e una raccolta delle offerte di lavoro nel settore (Biojobs).

LE AZIENDE

319
Le imprese
Il numero è di Assobiotec. Di queste 187 sono "pure biotech", che hanno nelle biotecnologie il proprio core business, e sono in gran parte piccole (27%) e piccolissime (41%). Le più numerose (197) sono quelle dedicate alla cura della salute (red biotech), seguite dalle biotecnologie agroalimentari (green, pari al 13%) e da quelle industriali (white, 7%)

6
Le regioni
Le imprese sono concentrate in sei regioni: Lombardia (36%), Piemonte (12%), Toscana (9%), Veneto (8%), Sardegna (7%) e Lazio (6%). Gli addetti sono oltre 50mila; il fatturato ammonta a 6,8 miliardi, gli investimenti in R&S a 1,1 miliardi

 

 

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