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| Creato antidolorifico che agisce solo dove serve e non penetra nel cervello |
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| Attualità |
| Martedì 21 Settembre 2010 |
Su "Nature" una ricerca Italia-Usa, scoperta la capacità dell’organismo di limitare il doloreFonte: La Stampa Un’eccezionale ricerca, frutto di una collaborazione Italia-Usa, apre la strada a nuovi antidolorifici senza effetti collaterali. Lo studio, pubblicato su Nature Neuroscience, è firmato dai gruppi di ricerca dell’Istituto Italiano di Tecnologia, dell’Università della California Irvine (Usa), dell’Università della Georgia (Usa), dell’Università Federico II di Napoli e dell’ateneo di Urbino. Per l’Istituto Italiano di Tecnologia (Iit) è stato coinvolto nello studio il Dipartimento Drug Discovery and Development (D3), diretto da Daniele Piomelli. «Questo studio - spiega l’Iit in una nota - si basa sulla comprensione del ruolo dell’anandamide, una sostanza prodotta naturalmente dal corpo umano, che esercita un’importante azione analgesica nell’ambito delle malattie infiammatorie come l’artrite, e del dolore neuropatico». L’anandamide fa parte della classe degli endocannabinoidi. Si tratta di sostanze che regolano una varietà di funzioni fisiologiche, tra cui la fame e la risposta allo stress, ma anche alcune patologie: il dolore, la depressione, l’ansia e l’obesità. Precedentemente si pensava che l’anandamide producesse il suo effetto analgesico esclusivamente attraverso la modulazione dell’attività delle cellule neurali presenti nel cervello e nel midollo spinale, quindi solo a livello del sistema nervoso centrale. Il gruppo di studio ha dimostrato invece che, nel momento in cui avviene un danneggiamento dei tessuti, i livelli di anandamide aumentano nel sito della lesione: qui la sostanza “nel mirino”, attraverso l’attivazione dei recettori per gli endocannabinoidi CB1, ha la funzione di limitare la trasmissione degli impulsi di dolore verso il midollo spinale ed il cervello. È stato compiuto, inoltre, un ulteriore passo avanti: grazie all’identificazione del meccanismo molecolare sotteso alla degradazione dell’anandamide, i ricercatori sono riusciti a bloccarne il processo esclusivamente a livello periferico. Questo ha permesso «di conservare l’effetto analgesico della sostanza, senza effetti sul cervello e sul midollo spinale». «La nostra intuizione - spiega Piomelli - è stata che l’anandamide fosse attiva anche nel sistema nervoso periferico e che, quindi, si potesse agire su di essa senza coinvolgere il cervello. Di fatto, questo apre la strada alla realizzazione di una classe di farmaci antidolorifici di concezione assolutamente innovativa, senza effetti collaterali centrali, come la sedazione o il rischio di dipendenza. Caratteristiche, queste, comuni a tutti gli altri analgesici oggi presenti sul mercato, come gli oppiacei, la gabapentina e la pregabalina. Inoltre la scoperta della capacità del corpo umano di limitare la trasmissione degli impulsi di dolore al cervello direttamente dal sito specifico del danno apre nuove prospettive per la comprensione dei meccanismi fisiologici che regolano il dolore». I ricercatori, dopo aver identificato il meccanismo molecolare di degradazione dell’anandamide a opera dell’enzima Faah (Fatty Acid Amide Hydrolase), hanno creato un inibitore ad hoc (chiamato URB937) che non potesse passare la barriera emato-encefalica e che, quindi, non inibisse la degradazione a livello del sistema nervoso centrale. In seguito, utilizzando modelli animali, è stato dimostrato che l’URB937 inibisce fortemente i segnali fisici della risposta al dolore, “fotografando” dunque l’effetto analgesico procurato proprio dal mantenimento locale dei livelli aumentati di anandamide. |
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