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| All'università come a scuola. Matricole iscritte da genitori e nonni |
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| Attualità |
| Mercoledì 25 Agosto 2010 |
Sette domande su dieci provengono da familiari. «Ma non sono bamboccioni»Fonte: Corriere della Sera di Annachiara Sacchi Perfino i nonni si sono messi a telefonare: «Scusi, mio nipote vorrebbe iscriversi a Medicina, cosa dobbiamo fare?». Per non parlare di mamme e papà, i più scatenati in questi giorni di iscrizioni: «Vorremmo (al plurale, ndr) fare Ingegneria, quale indirizzo consiglia?». Chi non accompagna i figli ai test, verifica la loro presenza in loco: «Mi perdoni, sa se il mio ragazzo è arrivato?». Qualcuno potrebbe inorridire, ma sono abitudini consolidate tra i familiari delle matricole. Apprensivi oltre ogni limite, servizievoli al punto di iscrivere il figliuolo mentre il «poverino è in vacanza», pronti a interpellare professori e rettori in caso di dubbi su facoltà e corsi di laurea. Alla Bicocca di Milano, su dieci richieste di informazioni sette arrivano proprio da loro, i genitori. Un incubo per i responsabili dell'orientamento: «Sono la nostra disperazione». Madri e padri onnipresenti che accompagnano i figli in tutte le fasi dell'immatricolazione, raccolgono per loro materiale informativo, partecipano alle giornate aperte (anche alla Cattolica, sempre a Milano, segnalano un boom di presenze), si mettono in coda agli sportelli delle segreterie. E i ragazzi - che in altri tempi si sarebbero sepolti vivi pur di non avere la mamma al loro fianco - sembrano accettare di buon grado questa infanzia prolungata. «Tutta la famiglia - sospira Barbara Rosina, responsabile del Cosp, il centro per l'orientamento della Statale di Milano (oltre il 50 per cento delle chiamate è dei genitori) - si interessa al futuro dell'aspirante matricola. E le richieste sono dettagliatissime, dagli sbocchi lavorativi, agli orari delle lezioni alla fermata del metrò più vicina. In questo caso consigliamo di consultare il Tuttocittà». Sono telefonate fiume: «A volte ci capita di parlare con persone che vogliono conoscere i minimi dettagli dei nostri corsi. Noi glieli forniamo e poi scopriamo che i figli sono lì, proprio di fianco a loro, a fare da suggeritori. Ma allora perché non ce li passano? Se potessimo parlare direttamente con i ragazzi sarebbe tutto molto più semplice». La domanda più temuta: «Vorrei che mio figlio frequentasse Economia, mentre lui preferirebbe Lettere. Lei che ne dice?». Peggio di uno sportello di ascolto. Ma alcuni atenei hanno già escogitato l'offensiva contro i genitori ingombranti. Alla Bocconi, per esempio, durante le giornate di orientamento (due all'anno) è previsto un incontro di un'ora e mezzo destinato esclusivamente a madri e padri. «Il messaggio - dice Giovanni Valotti, direttore della undergraduate school dell'ateneo - è chiaro: "vi do tutte le informazioni necessarie e ci rivediamo alla laurea". Il nostro rapporto si limita a questo. E quando qualche padre si presenta da me in ufficio, a meno che non si tratti di un problema grave replico: "Mi mandi suo figlio"». Estremi rimedi anche al Politecnico di Milano. Il rettore, Giulio Ballio, sorride: «Alcune mamme scrivono per avere chiarimenti sulla carriera universitaria del figliuolo. Io dico che per motivi di privacy non posso rispondere». Stratagemma definitivo: «Abbiamo abolito il libretto: solo lo studente, con una password, può consultare i suoi voti». Bamboccioni, neo Tanguy (dal celebre film francese), eterni adolescenti. I termini coniati per descrivere questa generazione sono tanti. Come tante sono le attenuanti a loro favore. «Adesso è tutto più complicato - osserva Barbara Rosina - i percorsi universitari sono innumerevoli e nessuno dà la certezza di un posto di lavoro. I ragazzi di oggi fanno l'università con la consapevolezza di rimanere precari a lungo, se non a vita. È ovvio che i genitori si preoccupino». È d'accordo Marcello Fontanesi, rettore della Bicocca: «Meglio non generalizzare, ci sono tanti giovani capaci e autonomi. Anche se spesso manca lo spirito di iniziativa. Lo notiamo in aula: pochissimi fanno domande». |
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Sette domande su dieci provengono da familiari. «Ma non sono bamboccioni»







