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Arriva la tassa sulla laurea. Si pagherà in percentuale variabile sui guadagni futuri PDF Stampa E-mail
Attualità
Lunedì 19 Luglio 2010 10:28
Arriva la tassa sulla laurea . Si pagherà in percentuale variabile sui guadagni futuriL'Inghilterra riforma il "prestito di studio". Con la crisi meno fondi e più domande di iscrizione: quasi metà delle aspiranti matricole non entrerà negli atenei

Fonte: La Stampa
Autore: Mattia Bernardo Bagnoli

Università, si cambia. E non di poco. Ad annunciare la riforma delle riforme è Vince Cable, ministro alle Attività produttive - con delega all’istruzione secondaria - e numero due del partito Liberaldemocratico. Alla base dello scossone un principio semplice: non è giusto che le rette siano uguali per tutti - come invece accade oggi. «Non ha senso - argomenta Cable - che un insegnante o un ricercatore contribuiscano al sistema al pari di un chirurgo o un analista della City». Ecco allora che per riconoscere tale «premio» il ministro ha proposto d’introdurre una «tassa sulla laurea» - da versarsi una volta terminati gli studi - che tenga conto della differenza del reddito. In sintesi: il modello elaborato dal New Labour ha fatto il suo tempo, è arrivato il momento d’introdurne uno nuovo. Che, possibilmente, riduca la quota di denaro pubblico versato dallo Stato agli atenei.

Al momento, infatti, le rette universitarie in Gran Bretagna hanno un tetto massimo di 3.225 sterline all’anno - che producono entrate pari a 2,7 miliardi (una limitazione che gli atenei vorrebbero veder abolita). Per far fronte alle spese d’iscrizione e al costo della vita affrontato durante gli anni universitari, gli studenti britannici - nonché i cittadini europei - possono chiedere un prestito alla Student Loans Company, una specie di «banca» creata appositamente dal governo che di fatto anticipa tutte le spese. Dopo la laurea, quando s’inizia a percepire un reddito lordo annuo di almeno 15 mila sterline, scatta l’estinzione del debito. Che, in media, si porta via il 9% del salario del neolaureato. Dovesse tradursi in realtà, la proposta avanzata da Cable andrebbe a intaccare il principio d’uguaglianza stabilito dal Labour a favore di contribuzioni variabili. «La Gran Bretagna - ha avvertito il ministro - è un Paese meno ricco rispetto a due anni fa: dobbiamo agire di conseguenza». Il che significa «sviluppare un sistema dove la spesa pubblica conti meno e invece cresca la contribuzione di coloro i quali traggono maggiori benefici». La ricetta-Cable sembra piacere al sindacato degli studenti, il National Union of Students (NUS), che in mancanza di dati precisi - il disegno di legge è ancora in fasce - ha avanzato una sua proposta: applicare, su un arco di 25 anni, una tassa del 5% al reddito futuro degli studenti. Così un professore tirocinante - stipendio: 23 mila sterline lorde - pagherebbe 400 sterline all’anno, un avvocato che guadagna 45 mila sterline ne pagherebbe invece 1.500. Metodo che porterebbe nelle casse delle università quasi sei miliardi ogni anno accademico. Però non tutti vedono con favore le contribuzioni variabili. «Chi guadagna molti soldi - ha obbiettato Wendy Piatt, direttore del Russell Group, la lega che riunisce le 20 migliori università del Regno Unito - li ripaga già attraverso una tassazione maggiore. E poi ci vorranno molti anni perché il sistema vada a regime: nel mentre toccherà allo Stato garantire ingenti investimenti».

Insomma, la coperta è corta e va tirata con attenzione. Vince Cable lo sa bene. Ed è per questo che nel suo progetto di riforma ha delineato diversi scenari oltre alla questione dei fondi: lauree brevi - anzi, brevissime - di due anni per andare incontro alle esigenze del mercato; maggiore spazio a istituti privati e, al contempo, introdurre la nozione di «bancarotta» per gli atenei che non hanno i conti a posto; riservare un certo numero di posti presso le migliori università del Paese per gli studenti delle scuole pubbliche. Una visione articolata che garantisca al Regno Unito un sistema competitivo eppure sostenibile. Anche perché, complice la riduzione dei posti di lavoro, quest’anno le università hanno ricevuto un numero record di domande d’iscrizione: 660 mila. Visti i fondi disponibili, circa 225 mila aspiranti matricole resteranno fuori dai cancelli. E c’è già chi parla di una «generazione perduta» di studenti.
 

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