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Novanta minuti per ritrovare gli Azzurri. Si giocano tutto nello stadio di Invictus PDF Stampa E-mail
Attualità
Giovedì 24 Giugno 2010 08:27
Novanta minuti per ritrovare gli Azzurri. Si giocano tutto nello stadio di InvictusOggi il match decisivo con la Slovacchia. Bossi chiede scusa

Fonte: la Repubblica
di Maurizio Crosetti

La fragile storia della nazionale azzurra e la grande storia della nazione arcobaleno s'intrecciano oggi a Ellis Park, in questo perimetro di vecchi mattoni un po' all'inglese, qui dove lo sport seppe essere molto di più. Italia contro Slovacchia nello stadio in cui Mandela, 15 anni fa, costruì un pezzo del nuovo Sudafrica. L'avrete visto "Invictus", no? Coppa del mondo di rugby '95, sudafricani contro All Blacks, finale a Ellis Park il 24 giugno: come oggi. One team, one country, come disse Desmond Tutu. In tribuna, Nelson Mandela (Morgan Freeman) dopo 27 anni di galera. Presidente della riunificazione e del perdono, dei bianchi e dei neri insieme. Presidente dall'occhio lungo: capì che il rugby, bianco per tradizione, poteva diventare nero per amore e per dovere. Così andò alla partita indossando la maglia verde numero 6 del capitano François Pienaar (Matt Damon), e a lui consegnò miracolosamente la coppa d'argento. Perché Mandela, Madiba, insomma Morgan Freeman porta pure fortuna.

Il film è bello e retorico, per una volta Eastwood non ha quell'asciuttezza cattiva della vita che passa. Ma il suo santino celebra l'uomo che cambiò un pezzo di Novecento anche grazie allo sport. Per la prima volta, quel giorno, afrikaner e neri furono contenti insieme per qualcosa. Si abbassò l'enorme Jumbo 747 fino a sfiorare le tribune (gli eleganti pannelli in legno non ci sono più), e insieme all'aereo rombò il cuore di un popolo un po' meno frantumato, un po' più ottimista. Oggi l'Italia del pallone cercherà di non profanare con il suo destino da topolino in trappola questo sacro luogo, e di essere degna di tanta memoria. Un lavoraccio. Dicono che Marcello Clint Lippi abbia molto amato il film di Eastwood che un po' gli somiglia, ormai: un pistolero in pensione, ma ancora con lo sguardo intagliato. Qui, dove Mandela riunificò il Sudafrica, gli azzurri proveranno ad attaccare col vinavil se stessi e i pezzi scomposti di un paese sgangherato, anche per colpa delle assurdità di certi politici (cosa avrebbe fatto Mandela con Bossi? Avrebbe perdonato persino lui?).

A volte gli stadi hanno un'anima e trasmettono forza, non sarebbe male se l'Italia assomigliasse agli Springboks di allora, quelli che vinsero contro i neozelandesi (noi solo un pareggio) ai supplementari per 15-12, di quel niente che a volte rovescia le sorti dell'umanità. Qui, dove l'anno scorso in Confederations Cup le buscammo dall'Egitto: lo storico contagio non funzionò. Qui, dove nell'aprile 2001 morirono schiacciate 43 persone, prima della partita tra Orlando Pirates e Kaizer Chiefs, il derby di Soweto. Il loro Heysel. Lo stadio intitolato a J. D. Ellis, consigliere comunale di Johannesburg che nel secolo scorso trovò i cinque ettari necessari, è in pieno centro, accanto al quartiere Hillbrow, il più pericoloso - dicono - con 7.089 rapine e 88 omicidi nell'ultimo anno: ma per non scoraggiare gli stranieri hanno appena tolto i cartelli (pare su pressione della Fifa) che mettevano in guardia dai delinquenti. L'impianto, costruito nel 1928 e rifatto nel 1982, appartiene alla squadra di rugby dei Golden Lions; gli investitori sono al 51% cento neri, il pubblico è abituato alla palla ovale, ai tiri un po' asimmetrici: e in questo, gli sbilenchi azzurri dovrebbero sentirsi a casa. Anche se il vero padrone del tempio è un mercante, la bibita scura con le bollicine che non è la Pepsi e che ha ribattezzato l'Ellis Park.

Malinconie commerciali, strati e strati di marchette sulla nobiltà della storia ma è così che va lo sport, altrimenti si chiude. Meglio consolarsi con l'epica, e con il formidabile uomo che declamò: "Io sono il padrone del mio destino, il capitano della mia anima". Quel capitano era Mandela, e chissà se vale anche un po' per Cannavaro. Invictus? Speramus.
 

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