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| Un futuro rimborsabile. Come indebitarsi ancor prima di lavorare |
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| Attualità |
| Mercoledì 16 Giugno 2010 09:20 |
Ci ha pensato lo Stato, lo fanno le Banche e in minima parte anche le università. Ai ragazzi che hanno deciso di investire sul futuro studiando, la società inizia a “dargli credito”. Ma non bastaFonte: Corriere dell'Università e del Lavoro di Simone Ballocci Il finanziamento degli studi universitari diventa il primo scoglio da superare. Allora lo start di partenza è la fiducia in se stessi e nella capacità collettiva di creare futuro per tutti. Chi ne è provvisto, può iniziare la ricerca scavando nella rete. Anche perché bisogna avere un gran coraggio per indebitarsi ancor prima di lavorare. Sorriso ammaliante. Voce stentorea. Primo in molte cose. Per esempio: nell’essere Presidente degli Stati Uniti ed avere (nel medesimo momento, nella stessa persona) origini afro. È lui: Barack Obama. Proprio lo stesso Obama che è solito raccontare d’aver “finito di pagare non da molto il prestito d’onore per l’università”, aggiungendo sempre, dentro ad un sorriso: “E non sono più un ragazzino”. Insomma: se è l’uomo del secolo Obama lo deve (anche) ad un prestito di qualche decennio fa, quando, allora sì, ragazzino (e pure di colore) gli furono consegnate alcune migliaia di dollari sulla fiducia per costruirsi un futuro rimborsabile. Il sogno americano, si dirà. Oppure, giro di mappamondo, sana abitudine scandinava, o di quelle terre nelle quali lo stato sociale c’è, e si vede. Non pare roba da Italia. Invece, no. Perché quella di dare un prestito è una pratica che sta prendendo piede anche nel Bel Paese. Anche se bisogna avere al contempo un gran coraggio per indebitarsi ancor prima di lavorare. Fiducia in se stessi, nel mondo, e nella capacità collettiva di creare futuro per tutti. Chi ne è provvisto, basta che scavi nella rete. Perché internet, ancora una volta, sembra esserci apposta. Dar via tutto, ma proprio tutto – Anche se girovagando on-line s’incontrano pure notizie che non t’aspetti. Eccone una: lo studente del XXI secolo è pronto a dar via tutto se stesso (ma proprio tutto tutto) pur di potersi permettere una vita studentesca senza patemi. Un sondaggio condotto da “The Student Room”, la più grande comunità di studenti on-line, non lascia dubbi: su 480mila interpellati, ben 280mila si son detti pronti a prender parte (sic!) ad una pellicola a luci rosse, purché ben remunerati. Insomma: per soldi, si fa tutto… Lo Stato: “Diamogli credito!” – Allora è forse meglio decidere di dar prima fiducia allo Stato. Il nostro Paese dal 2008 si è dotato di un progetto per il quale si è avvalso della collaborazione dell’Associazione Bancaria Italiana (ABI): il “Diamogli credito!”, con il quale lo Stato fornisce ai giovani le garanzie che altrimenti non avrebbero per farsi aprire la porta dalle banche. Nello specifico: uno studente può richiedere ad un istituto convenzionato un prestito di importo massimo di 6mila euro, con un tasso annuo “ridotto” e tre mesi di mora condonati fin da subito, fornendo come unica garanzia la propria firma, e alcuni requisiti di merito. Perché la garanzia, quella vera, quella che le banche richiedono per poter campare, ce la mette lo Stato. Con circa 10 milioni di euro all’anno. Con un però: c’è un vincolo. Quei soldi presi in prestito possono essere spesi solo per alcuni bisogni specifici e certificabili, tipo pagare le tasse universitarie, partecipare ad un Erasmus, iscriversi ad un master, acquistare un computer, pagare le spese connesse alla locazione per i fuori sede. Le Banche sono “umane”(?) – Vai nel privato, e trovi un inaspettato mondo quasi umano. Prendiamo, ad esempio, il Prestito Bridge del gruppo Intesa-San Paolo, un “prestito-ponte” (come viene presentato nella brochure) tra l’Università ed il lavoro. In pratica, si tratta dell’attivazione di un vero e proprio conto corrente sul quale verrà reso subito disponibile l’importo del prestito. Al termine degli studi, poi, il giovane potrà decidere: saldare subito il proprio debito residuo, o aspettare un anno (cioè il tempo di trovare un lavoro) prima di restituire quanto utilizzato con un piano di rimborso della durata massima di otto anni. Unico vincolo: il merito. Ora: Intesa è il primo gruppo ad essersi fiondato sul settore in Italia. Ma, ovviamente, non è il solo. Unicredit, ad esempio, dal 2006 al 2008 ha erogato in prestiti d’onore circa 3.5 milioni di euro, con un finanziamento medio concesso di circa 10mila euro. Ma anche i piccoli istituti si stanno muovendo. È il caso, ad esempio, del Banco Marche che, con il suo “Magna Charta”, eroga prestiti d’onore a studenti prossimi al conseguimento del titolo anche se non sono iscritti agli enti convenzionati con l’istituto. L’Ateneo ti dà una mano (ogni tanto) – Spesso, però, non c’è per forza bisogno di spostarsi dalla propria università. A volte è l’Ateneo a dare una mano, facendo in prima persona convenzioni con istituti bancari presso i quali spendere la propria garanzia in nome dei propri studenti. È il caso dell’Alma Mater Studiorum, l’Università di Bologna, dove il prestito d’onore è stato introdotto a partire dal 2004, e dove sono centinaia i pacchetti di finanziamento accessibili ogni anno accademico grazie all’accordo tra l’Ateneo e Unicredit. Volare via – C’è poi il mare magnum dei finanziamenti, dei prestiti e delle agevolazioni per chi volesse iniziare o proseguire il proprio percorso di studio all’estero. Un vero guazzabuglio di metodologie, soggetti eroganti, criteri e pre-requisiti. Vediamo un po’. Primo: le borse di studio. Che, solitamente, non coprono proprio tutto tutto ed hanno requisiti piuttosto stringenti: ottimo curriculum, ottima conoscenza della lingua del paese ospitante, età inferiore ai 35 anni. Secondo: l’Erasmus. Qui la burocrazia impera. Occorrono un sacco di carte bollate, e quasi sempre l’importo del beneficio non copre tutte le spese, visto che difficilmente supera i 600 € mensili. Terzo: gli accordi di Ateneo. Spesso capita che la propria Università sia convenzionata con epigoni stranieri su specifici campi di studio, per i quali qualcuno ha messo dei soldi sul piatto. Unico interlocutore (quasi) attendibile: l’URP internazionale del proprio ateneo. Quarto: varie ed eventuali. Ebbene sì, ce ne sono per tutti i gusti. Si va dai contributi per la scrittura della tesi all’estero, a quelli elargiti da enti ed associazioni, passando per i soldi governativi stranieri spesi per “comprare” cervelli in giro per il mondo. Unica, ultima ratio: sempre internet. La rete presenta un sacco di progetti. Solo pregiudizio: occhio alle “sole”. Innanzitutto, se un finanziamento è serio non prevede certo ingenti spese di accesso. E, occhi aperti: prima di far valigia e partire, un giro on-line per conoscere altrui esperienze analoghe è sempre un buon viatico. |
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